Yemen, migliaia di ragazzi-soldato reclutati con l’inganno

Nella terribile indifferenza del mondo di fronte alla tragedia di un Paese stremato dalla fame e dalle malattie generate da una guerra che in tre anni ha fatto almeno diecimila morti, in gran parte bambini, si aggiunge ora la notizia di adolescenti reclutati con l’inganno dai filo-sauditi e mandati a combattere in prima linea (nandocan)

***di Ennio Remondino, 2 aprile 2019 – Soldati a 14-15 anni se non muori prima per fame e colera

Adolescenti, 14-15 anni, reclutati dalle forze filo-saudite per combattere contro i ribelli sciiti Houthi. Il racconto di Giordano Stabile su La Stampa, «I mediatori promettevano alle famiglie che i figli avrebbero lavorato come cuochi o inservienti, con stipendi «fino a 800 dollari al mese», una enormità nello Yemen. Invece si sono ritrovati in prima linea, spesso di fronte a ragazzini come loro perché a loro volta gli Houthi reclutano minori dai 14 anni in su, spesso a forza». Gli arruolamenti per giunta con l’inganno, proibiti dalle convenzioni internazionali, sono stati documentati dalla tv qatarina Al-Jazeera, ma è solo l’ultima goccia nel mare degli orrori di quella guerra.

Il Mostro ha 4 anni

Una guerra cominciata quattro anni fa, febbraio 2015, con almeno 80 mila vittime di bombe e combattimenti più altre migliaia di persone -tante- morte per fame e malattie legate alla fame, come l’epidemia di colera che sta attualmente colpendo più di mille nuovi bambini ogni giorno. Testimonianza raccolte da Al-Jazeera nello Yemen centrale. Ragazzi che avevano lasciato le loro famiglie con la promessa di uno stipendio regolare per un ruolo di ‘non combattenti’. «Ci hanno detto che avremmo lavorato in cucina e guadagnato 3 mila riyal sauditi. Ci abbiamo creduto e siamo saliti sul pullman». Ma i ragazzi venivano poi fatti passare in territorio saudita, dove si trovano i campi militari di addestramento.

Soldati bambino vergogna trasversale

Un rapporto delle Nazioni Unite ha denunciato ambedue le parti in conflitto, i ribelli sciiti Houthi, e la coalizione saudita-emiratina, per l’arruolamento forzato di ragazzi. Sia lo Yemen che l’Arabia Saudita hanno firmato la convenzione internazionale che bandisce il coinvolgimento di bambini nei conflitti, ma le regole in quel macello sono carta straccia. Nel 2018 Riad è stata accusata di reclutare minori nella regione sudanese del Darfour, un’altra area devastata dalla guerra civile, per spedirli sul fronte yemenita. Le autorità yemenite e saudite hanno sempre respinto le accuse ma le due parti risultano ben poco credibili e la realtà documentata giornalisticamente risulta molto diversa.

Guerriglia aerea con i droni

«Ciò che distingue lo Yemen è l’assoluto stallo militare perché nessuno dei contendenti riesce a imporsi sul campo. I ribelli houthi sono stati costretti nel Sud ad abbandonare Mukalla ed Aden alle forze sunnite ed ora sono assediati a Hodeidah, il loro maggiore porto sul Mar Rosso, ma conservano nel Nord il saldo controllo delle province tribali di Saada e Amran, che circondano la capitale Sanaa. Ed è proprio da questi territori che lanciano verso la confinante l’Arabia Saudita attacchi con missili e droni puntati verso obiettivi simbolici come infrastrutture petrolifere e residenze reali», scrive Maurizio Molinari, direttore della Stampa. Una nuova versione aerea della tattica della guerriglia.

Conflitto asimmetrico

Scontro militare che appare destinato a prolungarsi nel tempo e promette di aggravare una crisi umanitaria che conta già oltre 10 mila vittime, 50 mila feriti, 2 milioni di profughi e 22 milioni di persone -la metà bambini- bisognosi di assistenza umanitaria, inclusi 8 milioni considerati a un passo dalla carestia. Il risultato di una campagna militare di terra che vede ora 25 mila governativi yemeniti e 1500 truppe emiratine impegnate contro circa 2000 houthi a Hodeidah, per privare i ribelli dell’accesso al mare, spingendoli a ritirarsi verso l’interno, per poi iniziare l’offensiva contro Sanaa. Inutili finora i tentativi di Gran Bretagna, Francia e Germania per una tregua coinvolgendo Teheran e Riad.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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