Landini a Zingaretti

Caro Zingaretti, ha ragione Landini, la difesa dei diritti civili non basta. Se non si trova il coraggio, al governo o all’opposizione, di muovere decisamente guerra all’evasione fiscale, alla corruzione e alle mafie non solo non si troveranno risorse per gli investimenti ma sarà sempre più difficile convincere anche i vostri elettori che la sinistra è davvero diversa dalla destra. Anche la patrimoniale per chi ha di più proposta da Landini, certo. Ma non basta a pareggiare i conti tra chi evade e chi paga regolarmente le imposte. Guerra dunque non solo a parole ma con misure concrete adeguate, come ad esempio l’abbassamento della soglia per la circolazione del contante, la sburocratizzazione delle procedure amministrative e lo snellimento di quelle giudiziarie, quantità e severità delle ispezioni ecc. Stefano Folli stamani sulla Repubblica ne fa invece un problema di comunicazione da parte della sinistra. “I democratrici sono troppo noiosi?” si chiede riproponendo per l’Italia un quesito posto da una rivista americana. Forse con chi se lo merita dovrebbero esserlo di più(nandocan)

***di Massimo Marnetto, 3 aprile 2019 -Finalmente Landini nell’incontro con Zingaretti chiama le cose per nome. E dice con chiarezza che la diseguaglianza fiscale crea diseguaglianza sociale. Detto meglio, se non si tassano le ricchezze, poi non ci sono i soldi per lottare contro le povertà. Se non si debella l’evasione fiscale, non si costruirà mai la coesione nazionale, che poggia sulla lealtà dell’impegno comune.

Buonismo? No, lungimiranza. Una riflessione offerta al più grande partito di sinistra, il PD, affinché ritrovi la propria identità dopo averla rottamata. Per ridefinire presto un suo modello preciso di società: più giusta e con al centro la dignità della scuola, del lavoro, dell’impegno. Cioè dei diritti e dei doveri.

Altrimenti c’è il degrado sociale, come nei pacchi alimentari con cui ancora si comprano i voti in Campania. A dimostrazione del fatto che chi è oppresso da ignoranza, disoccupazione e povertà, cerca la libertà dal suo bisogno primario. E nient’altro.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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