Venezuela: una notizia buon e una cattiva

***di Livio Zanotti, 17 marzo 2019* – Dopo la battaglia sugli aiuti americani, in Venezuela nessuno avanza e nessuno retrocede. La rabbia ha smesso di straripare nelle strade, lo scontro tra i partigiani delle opposizioni e quelli del governo rifluisce in trincea: si combatte con i colpi di mano, l’incursione improvvisa, l’attentato notturno, lo sparo mirato del cecchino. Peggio che torbida, la crisi odora a veleno. I già pochi e isolati contatti negoziali appaiono ammutoliti e sfibrati. Il paese si morde le viscere, come disse Garcia Lorca della Spagna alla vigilia della guerra civile. Ma in quella punta di Sudamerica non c’è un esercito coloniale, né appare nessun caudillo in divisa deciso al tutto per tutto. Al contrario, anche quanti avevano avventurosamente scommesso sull’intervento armato affermano di essersi ricreduti (vedi il presidente della Colombia, Ivan Duque): quest’ ultima è la buona notizia.

Quella cattiva, oltre che nello stallo d’ogni approccio negoziale, sta nell’inadeguatezza e nell’inattendibilità (per dirlo in termini rispettosi della gravità della situazione più che dei loro responsabili) dei massimi protagonisti della crisi e di non pochi osservatori internazionali, compresa la maggior parte dei giornalisti. L’aperta e reiterata minaccia d’intervento militare diretto espressa da Donald Trump, sommata all’autoproclamazione di Guaidó a capo di stato provvisorio e all’operazione soccorsi sono state fatte acriticamente proprie dai maggiori paesi sudamericani ed europei. E celebrate dalla grande informazione. Nell’ignoranza presso che totale dei gravi e palesi rischi per le persone e le violazioni del diritto internazionale. Confondendo i propri desideri con la realtà. Che è quanto di più pericoloso per tutti possano fare dei governi.

Ora che le illusioni sono evaporate alla prova dei fatti, nessuno sa più quali iniziative prendere. Ma neppure questa inerzia seguita alla massima tensione può durare a lungo. E resta anch’essa carica di rischi. Come, se mai ve ne fosse bisogno, dimostrano gli ultimi avvenimenti, l’uso strumentale che se n’è fatto e le conseguenti polemiche. Risulta che il camion presuntamente carico di medicinali incendiato alla frontiera colombiana non è stato distrutto dalle milizie di Maduro, bensì dalla bomba-molotov lanciata involontariamente sull’automezzo da un sostenitore di Guaidó. E’ la conclusione a cui è giunta un’indagine del New York Times, che ha dimostrato inoltre come il camion trasportasse materiale igienico-sanitario, guanti e mascherine di plastica, e non farmaci. Disperazione e disorientamento possono indurre a gesti inutili cosi come ad altri irrimediabili.

Il gigantesco black-out che nei giorni scorsi ha lasciato senza elettricità mezzo Venezuela, paralizzando fabbriche, ospedali, scuole, non è stato ancora del tutto riparato. Un altro duro colpo alla vivibilità quotidiana. Maduro parla di attentato e date le circostanze l’ipotesi non appare irragionevole. Tuttavia non vi sono prove. Nondimeno il governo ha fatto arrestare un giornalista, Luis Carlos Diaz, accusandolo genericamente di “istigazione a delinquere” soltanto per aver criticato l’inefficienza del governo, tra l’altro in tema di energia. Oltre alle difficoltà epocali che la falcidiano ovunque, in Venezuela l’informazione deve anche fronteggiare l’estrema polarizzazione prodotta dalla frattura sociale e la permanente eccezionalità che ne deriva per il suo lavoro. La generale esasperazione gioca anche contro le migliori intenzioni. Delle altre non è necessario dire.

*Ildiavolononmuoremai.it, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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