Kashmir, terra di mezzo tra India, Pakistan, Afghanistan e Cina

Sembra che per ora prevalga il senso di responsabilità quanto mai necessario nel conflitto fra due potenze nucleari. Il premier pachistano ha annunciato, come “gesto di pace”, per domani 1° marzo la liberazione del pilota indiano catturato dopo che si era gettato col paracadute dall’aereo abbattuto. Ma non c’è giorno – ieri il fallimento del vertice Kim-Trump di Hanoi – che non avverta l’umanità del pericolo di rimanere seduti su una polveriera (nandocan)

***di Ennio Remondino, 28 febbraio 2019 – Costretti a riscoprire la questione Kashmir
Kashmir, terra di mezzo tra India, Pakistan, Afghanistan e Cina. L’attentato suicida del 14 febbraio costato la vita a oltre 40 poliziotti indiani e l’escalation che ne è seguita, raid aerei e caccia abbattuti, sono la cronaca recente. Che servono per ricordare all’opinione pubblica internazionale un contenzioso che rischia di far esplodere il subcontinente indiano e di coinvolgere le grandi potenze, a cominciare dalla Cina. Il detonatore di questo potenziale conflitto si chiama Stato di Jammu e Kashmir

Stato di Jammu e Kashmir
Jammu e Kashmir è un piccolo Stato, piccolo relativamente alle nazioni che lo circondano: oltre all’India e al Pakistan, la Cina e l’Afghanistan. 222 mila kilometri quadrati, che sono tanti, tra l’estremità nord-occidentale della catena dell’Himalaya e il versante meridionale del Karakoram, per chi ha presente un po’ di geografia. Gran parte del territorio è occupato da foreste, economia prevalentemente agricola con una fiorente pastorizia. Ed ovviamente, per noi occidentali consumisti di morbidezze naturali, l’industria principale è la lavorazione della lana.

Popoli di una terra contesa
Tra India e Pakistan, già quattro guerre alle spalle, tre delle quali legate direttamente alla contesa sul Kashmir. Quando New Delhi e Islamabad dichiararono l’indipendenza dall’Impero britannico, nel 1947, il Kashmir era un principato a maggioranza musulmana, 53% della popolazione, schiacciato tra i due Stati nemici e retto da un maharaja hindu, Hari Singh. Allora, il Maharaja del Kashmir scelse di stare con l’India, anche se la maggioranza degli abitanti era musulmana. Il Pakistan contestò da subito quella decisione, e il primo conflitto scoppiò già nel 1948. Da allora i due paesi si sono fronteggiati in tre guerre (nel 1948, nel 1965 e nel 1999) e in molti conflitti minori.

Post colonialismo a caro prezzo
Il Kashmir, nodo irrisolto dell’uscita dal colonialismo britannico, la «partition» tra i due giganti musulmano e indù, è diventato l’innesco di tutte le tensioni tra India e Pakistan, bandiera per gli opposti nazionalismi. Islamabad rivendica la propria sovranità su un territorio a maggioranza musulmana e nei fatti ha favorito il terrorismo irredentista di gruppi come Lashkar-e-Toiba e Jaish-e-Mohammed (Jem), ‘l’Esercito di Maometto’ che ha rivendicato l’attentato del 14 febbraio. New Delhi, che ritiene di aver perso parte del proprio territorio al momento dell’indipendenza, non intende rinunciare ad altri pezzi, rimangiandosi pure l’autonomia promessa ai ‘kashmiri’.

Valle musulmana mano indiana
L’epicentro delle tensioni è nella valle del Kashmir, amministrata dall’India. Ormai 30 anni, dalla rivolta armata sostenuta dal Pakistan nel 1989, la sua popolazione vive sotto un regime di sicurezza speciale che dà ampi poteri all’esercito e resta esposta al richiamo islamista, complici le durezze di New Delhi, che ne ha frustrato le richieste di autonomia. La valle resta così permeabile alle infiltrazioni dei gruppi terroristici come il Jem, Jaish-e-Mohammed, ‘l’Esercito di Maometto’, che hanno base in Pakistan. Una di queste roccaforti, secondo New Delhi, sarebbe a Balakot, colpita martedì dal raid dell’aviazione indiana: la ritorsione promessa dal premier Modi.

Guerra non dichiarata 70 mila morti
Dal 1989 quasi 70mila persone sono state uccise in un conflitto latente, che nel 2002 ha portato le due potenze nucleari sull’orlo di una quinta guerra aperta (dopo le quattro già combattute nel 1947, 1965, 1971, 1999). La valle del Kashmir (7 milioni di abitanti per il 96% musulmani) fa parte dello Stato indiano Jammu e Kashmir (Jammu ha 5,3 milioni di abitanti, per il 62% hindu). Dello Stato fa parte anche, con notevole autonomia, il distretto di Ladakh (280mila abitanti, 40% buddhista). Milioni di persone costrette a migrare spesso con la violenza: villaggi dati alle fiamme, imboscate a colonne di profughi. Da 500mila a un milione di morti. E in pochi mesi i musulmani in India scesero dal 30% del totale a meno del 10% (oggi attorno al 15%).

I confinanti Afghanistan e Cina
Il Kashmir risulta strategico anche nel traffico di armi e di droga da e verso il teatro di guerra afghano. Le comunità musulmane mantengono i contatti con i fratelli nell’Islam d’oltre frontiera. Fanatismo religioso coltivato in quel laboratorio ideologico che è l’università islamica di Deoband, ateneo religioso dell’Uttar Pradesh, in India, assai noto alle agenzie di intelligence qui in occidente. Con Afghanistan e Kashmir che travasano radicalizzazione delle violenze da uno all’altro. Questione chiave per quei popoli dilaniati da una guerra infinita, è che l’indipendenza del Kashmir non conviene a nessuno. Ricordandoci che la Cina è da sempre impegnata a contrastare qualsiasi espressione di autodeterminazione di minoranze etniche e religiose, come insegna il Tibet.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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