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Guaidò da Pence, armi dall’Ucraina, Venezuela alle soglie della guerra

Difficile situazione e difficile verità dei fatti, commenta il sito di Ennio Remondino. Merita tuttavia attenzione quanto scrive un analista di grande prestigio come il professor Pino Arlacchi, vice segretario generale dell’ONU alla fine degli anni novanta e ordinario di sociologia all’università di Sassari. L’ex parlamentare del Pd spiega sul sito “L’Antidiplomatico” perché “sono le barbare sanzioni americane inflitte dal 2015 in poi approfittando del crollo del prezzo del petrolio, e cioè della maggior fonte di entrate pubbliche del Venezuela, e non le politiche sbagliate dei governi Chavez-Maduro a detenere la massima colpa del dramma odierno sofferto da 32 milioni di persone”.(nandocan)

***di Remocontro, 25 febbraio 2019

Guaidò da Pence, armi dall’Ucraina, Venezuela alle soglie della guerra
Escalation e verso il peggio. La “valanga umanitaria” di aiuti, annunciata dal leader dell’opposizione Juan Guaidò è stata bloccata con la forza alle frontiere da Nicolas Maduro. Niente aiuti americani ma solo Onu. Non c’è stata la diserzione di massa sullecitata dall’autoproclamato presidente che ora conta qualche morto di piazza in più in più da addebitare a Maduro, e poi a Bogotà dal vice Usa, Pence, un po’ più integralista del laico Trump. E Juan Guaidò anticipa che chiederà alla comunità internazionale di mantenere “tutte le opzioni aperte” nella lotta per cacciare il presidente Nicolas Maduro.
Insomma, la richiesta neppure troppo indiretta, di intervento armato. Intenvento di decisione Usa con ‘targa’ di eventuale coalizione da decidere. L’Unione europea inascoltata, dice no a ogni intervento esterno, anche se lo mira alle forze pro Maduro, per non sbilanciarsi troppo. Gesti politici e tensioni sociali interne a crescere, formalmente per arrivare a nuove elezioni con garanzia democratiche, ma troppi comportamenti fanno sospettare che la scelta di qualcuno sia ormai la strada delle scontro armato.

Armi ucraine attraverso la Colombia

Tra i segnali di allarme, anche le gravi accuse da Mosca: «Vi sono prove che aziende statunitensi e i loro alleati della Nato stiano acquisendo una grande quantità di armi e munizioni in uno dei paesi dell’Europa orientale per il loro successivo trasferimento alle forze di opposizione venezuelane», denuncia Marya Zakharova, portavoce del Ministero degli esteri russo. La Colombia, ricorda la portavopce russa, paese diventato «incredibilmente»partner dell’Alleanza Atlantica nel giugno del 2018. E secondo la diplomatica russa la situazione ha raggiunto un punto critico.
Secondo Mosca, consegna di un primo carico di armi in Venezuela per l’inizio di marzo attraverso ‘un paese limitrofo’. «Mitragliatrici di grosso calibro, lanciagranate, sistemi di difesa antiaerea portatili, munizioni per armi di piccolo calibro. Nella triangolazione sarebbe coinvolta come base di spedizione la Romania ma soprattutto l’Ucraina». Ucraina auto candidata Nato e dettagli: «I servizi di sicurezza russi, in particolare, avrebbero individuato nell’azienda di Stato ucraina produttrice di aeroplani Antonov il punto di snodo dell’operazione».

L’America dei ‘falsi positivi’

Venezuela di frontiera, ponti chiusi agli aiuti Usa ma aperti a quelli Onu, il rilancio politico di Maduro, dopo aver vinto la prova di forza sulla ‘valanga degli aiuti’. Niente UsAid e poi vedremo, se dai confini della Colombia (Paese Nato), non arriva qualcosa d’altro. Difficile situazione e difficile verità dei fatti. La minaccia dei «falsi positivi», su cui la Colombia ha un triste passato. Esempio, l’assassinio, da parte dell’esercito, di civili innocenti fatti passare per guerriglieri delle Farc uccisi in combattimento, in maniera da esaltare l’efficienza repressiva delle forze armate
Timore «Per incidenti creati ad arte alla frontiera per poi addossarne la responsabilità alla ‘dittatura brutale di Maduro’» (Claudia Fanti, il manifesto), che di suo, come brutalità, già ci mette molto. «Falso positivo», denuncia alle Nazioni unite il ministro degli Esteri Jorge Arreaza, il presunto scontro tra membri della Guardia nacional bolivariana e la comunità indigena ‘pemon’ alla frontiera con il Brasile, dove, secondo deputati dell’opposizione, i militari avrebbero aperto il fuoco contro un posto di blocco degli indigeni, uccidendo una donna, raggiunta da una pallottola vagante. Ma i proiettili sparati non sono quelli in dotazione della Gnb, e uno dei feriti risulta colpito da una freccia.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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