L’unica salvezza è tornare alla politica

C’è a proposito di quanto scrive Cipriani una frase celebre di don Lorenzo Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. (nandocan)

***di Antonio Cipriani, 24 febbraio 2019* – Non vogliamo fare politica. Questa premessa che circola nell’aria, introduce ragionamenti, aleggia sugli incontri civili, in questa fase storica sembra voler tracciare la linea guida delle attività nella comunità. Non facciamo politica, viene continuamente sottolineato mentre l’azione che viene svolta, nella pratica dialettica, negli incontri, sul territorio, nella comunità sarebbe un’azione politica per definizione.
Resto sempre affascinato da questa premessa che prende le distanze. Dal voler sottolineare, quasi per scusarsi dell’indebita intromissione, che la politica è roba da grandi, che la pratica politica appartiene ad altri, non a noi semplici cittadini, non a noi esseri umani che agiamo e viviamo nella polis. E ogni volta mi chiedo il perché. Perché giustificarsi a fronte di un’azione significativa nell’abitare il proprio territorio, il quartiere, la città, il paese?

In questo periodo in cui si discute di elezioni, di governi e di cose che vanno e che non vanno nella comunità, nel paese, nel mondo, la scelta è proprio tra la premessa di cui parliamo e il suo esatto contrario. Tra la scelta di definire l’azione in non-politica, svuotandola quindi di contenuti, limitandola al livore, all’indifferenza, alla chat e al semplice esercizio del voto o allargare gli orizzonti e agire con senso critico, non accettando passivamente quella che sembra una visione dominante che produce, necessariamente, conformismo, bruttezza, indifferenza e le sue declinazioni di razzismo e inciviltà.

Rovesciando il luogo comune si può invece affermare che la politica è l’unica salvezza. Lo è il fare del pensiero un’azione nell’abitare civile, quindi agire nella politica nel senso più pieno. Non ritenendo la politica quella roba delle dichiarazioni roboanti, degli slogan, delle frasi fatte e degli affarucci segreti: è necessaria la politica delle piccole cose, delle relazioni umane che occorrono per tenere salda la comunità, che nutrono la convivenza civile. La politica fatta dai tanti è una cura. La politica fatta da pochi per un’arena mediatica di tanti, è la malattia.

Per circostanze che hanno magia e poesia, proprio mentre scrivevo queste riflessioni mi è giunta una lettera bellissima, a commento dei pezzi da me scritti in questo anno e mezzo su Remocontro. E con la lettera il piccolo non-manifesto del Circolo delle Lucciole. Breve e bellissimo, si apre con questa affermazione: “Che cosa significa ripensare l’uomo in quanto relazione? Anzitutto vedere in ogni individuo umano il mondo intero”. Proseguendo nella lettura, a un certo punto il non-manifesto afferma:
“In termini molto generali: da un lato, il più impercettibile gesto del singolo rinvia fuori di sé all’esistenza dell’umanità intera, così come la singola maglia della rete è quel che è solo insieme con tutta la rete; dall’altro, il minimo respiro del minimo degli uomini contiene dentro di sé il fiato di tutto ciò che è umano. L’individuo umano è tale perché ha l’umanità fuori e dentro di sé. Solo la cogenza di una tale premessa può giustificare il detto aristotelico che l’uomo è un animale politico; e rendere giustizia ai valori della tolleranza e della democrazia. Infatti, solo se siamo, ciascuno per la propria parte, figura reale e adeguata dell’intero, siamo davvero uguali e corresponsabili; e solo a questa condizione possiamo sentire di accampare diritti riconosciuti da tutti e sobbarcarci doveri verso tutti”.

Uguali e corresponsabili per la tolleranza e per la democrazia. Quindi sì, siamo animali politici, e ognuno di noi per la propria parte deve agire con responsabilità e umanità, con cura e sensibilità, per abitare civilmente e poeticamente la comunità. Basta poco, nel caseggiato, nel paese, nel luogo di lavoro. L’importante è sovvertire lo slogan: non vogliamo fare politica. È necessario farla, invece. Noi vogliamo farla.

  • da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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