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Venezuela verso il golpe? Guaidó, i militari e le tentazioni Usa

***di Ennio Remondino, 12 febbraio 2019 – Del ruolo chiave dei militari nella crisi venezuelana ormai sono consapevoli tutti. Maduro che ne fa da sempre un suo punto di forza e l’opposizione che con i riconoscimenti internazionali non fa la piazza delle proteste in grado di rovesciare il despota. Alcune defezioni, poca cosa. La forza armata bolivariana, le Fanb, resta fedele a Maduro, ma l’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidó prova di tutto per creare crepe tra i militari. La strada della democrazia in tuta mimetica vizio latino americano.

Ora la polemica politica, narrano le cronache dal campo, si innesca sugli aiuti umanitari. L’accusa al governo di impedire il trasferimento nel paese di medicine, cibo e generi di prima necessità destinati ai «bambini denutriti», l’appello ai militari perché impediscano ‘l’ultimo scempio’. Negazione totale, bugie, propaganda di marca occidentale e dollaro Usa, la contro accusa di ritorno. Sempre Guaidó insiste coi militari promettendo redenzione: «tutti coloro che decideranno di appoggiarlo godranno di garanzie speciali».

«Show degli aiuti umanitari» per il governo: il blocco di 1,2 miliardi di dollari in obbligazioni per il pagamento di medicinali e cibo deciso già nel 2017 dalla società finanziaria Euroclear. Anche così, ha evidenziato Maduro, il governo consegna ogni mese, attraverso i Comitati locali, 6 milioni di casse di alimenti ad altrettante famiglie. In confronto, i 20 milioni di dollari in aiuti dell’Usaid, l’equivalente di 1 milione e mezzo di casse Clap, per di più a base di cibo disidratato, un’umiliante elemosina e un atto di propaganda.

La disponibilità dell’autoproclamato presidente ad autorizzare un intervento militare anche esterno – hai voglia a dire No alla ‘guerra civile’, quando inizia mica sai come fa a finire – ha suscitato però diverse perplessità. Per esempio quella del congressista Usa Ro Khanna che, su Twitter, ha ricordato al presidente dell’Assemblea nazionale che non spetta a lui decidere sull’intervento statunitense: «Può proclamarsi leader del Venezuela, ma non può chiedere interventi militari degli Usa. Solo il Congresso ha il potere di farlo».

Partita politica aperta, ovviamente, negli Stati Uniti. Non posizioni disomogenee rispetto ai partiti tradizionali. Democratici più disposti a mettere in discussione il modello interventista negli affari dei governi stranieri. E sopratutto nessuno dei candidati o aspiranti candidati alle presidenziali del 2020 sostiene l’opinione del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e del segretario di Stato, per cui «tutte le opzioni sono sul tavolo»: tutti hanno respinto il possibile ricorso alla forza militare per rimuovere Maduro.

*Remocontro https://wp.me/p403Qg-eb7

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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