Salvini, la Costituzione e i diritti umani

***Roma, 5 febbraio 2019 – Tra le “Panzane per Salvini”, un commento di Michele Ainis sulla repubblica cita oggi la pretesa degli avvocati del Ministro degli interni di invocare a difesa del loro cliente, accusato come è noto di sequestro di persona per aver trattenuto a bordo in condizioni di estremo disagio i migranti della nave Diciotti,  l’aver agito per un “preminente interesse pubblico”, circostanza  prevista da una legge costituzionale per consentire al Parlamento di negare l’autorizzazione a procedere. Ma quella legge, precisa il costituzionalista, evoca anche “un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” e “le garanzie costituzionali proteggono la libertà e l’incolumità delle persone e le proteggono anzitutto dagli abusi del governo”. La Costituzione non può diventare “nemica di se stessa”. Siamo sicuri?

Il dubbio nasce dalla difficoltà per molti di riconoscere l’esistenza di diritti umani anche al di fuori dei cosiddetti diritti “civili” o del cittadino. Non solo per gli immigrati. Per chiunque non è integrato in una comunità, come i senza casa per esempio. A questo si riferiva Hannah Arendt  scrivendo del “diritto ad avere diritti”. Ma forse, come allora, stiamo assistendo oggi ad una nuova “età dei muri”  e di fronte a quella che è soltanto una nuova ondata migratoria, non più grave e pericolosa di tante che l’hanno preceduta, ad un “tracollo dei diritti umani”. Ne scrive su un volume speciale   della rivista “Testimonianze” dedicato a questi temi,  Donatella Di Cesare, docente di Filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma. “A settant’anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, scrive la professoressa, ciò può apparire paradossale. Tanto più se si concepisce la storia come un ininterrotto e ineluttabile progresso”. Se non lo è è per ragioni politiche.

Già per la Rivoluzione francese “i diritti accordati all’uomo non erano che i privilegi del cittadino”. Non c’è mai stato un “diritto cosmopolitico” che garantisca i diritti umani. A dettare la legge è lo Stato sovrano. “Così quei diritti inalienabili e irriducibili, non derivanti da alcuna autorità – scrive la Di Cesare – sono naturali solo per via della naturalizzazione che la cittadinanza comporta. Chi diviene cittadino infatti si naturalizza“. E proprio gli ultimi, proprio gli esseri umani più indifesi vengono lasciati senza difesa alcuna, abbandonati o addirittura respinti “nella sfera dell’inumano”. “Risulta da qui – conclude il saggio della De Cesare, che invito a leggere per intero insieme ai tanti altri che compongono il numero speciale di Testimonianze – quella separazione fra umanitario e politico che spiega la difficoltà in cui si dibattono gli enti sovranazionali – dall’ONU fino all’Alto Commissariato per i Rifugiati – nonché le organizzazioni umanitarie, costrette o a circoscrivere la loro azione entro i limiti statali o, peggio, a replicare, loro malgrado, il paradigma biopolitico, trattando la vita umana nella sua nudità”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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