«L’America agli americani»: quale America e a quali americani?

Mentre nel Venezuela si va svolgendo l’ennesimo capitolo di quella che Giovanni Punzo definisce la “disinvolta politica americana nel Centro America”, penso che possa interessare questo excursus storico sui precedenti pubblicato oggi da RemoContro. (nandocan)
***di Giovanni Punzo, 2 febbraio 2019 – «L’America agli americani». James Monroe, quinto presidente degli Stati Uniti (due mandati, dal 1817 al 1825), in gioventù aveva simpatizzato per la rivoluzione francese e per questo era stato inviato nel 1794 come ambasciatore in Francia in un momento difficile. Monroe appena arrivato tenne un discorso pubblico in cui dichiarò l’appoggio degli Stati Uniti alla Francia, sebbene per questo fosse in seguito richiamato dal suo governo che stava invece negoziando un trattato commerciale proprio con la nemica Inghilterra. Questi piccoli incidenti di gioventù tuttavia non impedirono che nel corso di una seconda prestigiosa missione in Francia negoziasse l’acquisto della Louisiana, venduta da Napoleone, e diventasse infine presidente degli Stati Uniti nel 1817 legando il suo nome al più importante principio della politica estera americana sintetizzato brevemente nella famosa e abusata frase: «L’America agli americani».

La decolonizzazione
Mentre le potenze europee si consolidavano sul vecchio continente, l’impero spagnolo del Sud America era invece in pieno disfacimento: stanche della dominazione e dello sfruttamento coloniale europeo, le province latino americane una ad una proclamarono la loro indipendenza da Madrid ottenendo di volta in volta la simpatia americana o anche l’appoggio più o meno esplicito. Nessuna potenza europea avrebbe potuto in futuro esercitare un dominio coloniale sul continente, parola degli Stati Uniti, ma il loro caso era diverso e nei due secoli trascorsi da quel lontano inizio successero molte altre cose. Soprattutto gli Stati Uniti crebbero come potenza e gradatamente, attraverso una fitta rete di relazioni economiche e commerciali, divennero il paese più ricco ed influente. A farne le spese in Europa a metà Ottocento fu Napoleone III: l’impresa della restaurazione monarchica in Messico finì malissimo, ma da allora nemmeno l’impero britannico osò più entrare direttamente nelle questioni tra gli Stati Uniti e gli altri stati dell’America latina.

Cuba, l’ultima colonia spagnola e Porto Rico
Alla fine dell’Ottocento l’isola di Cuba era rimasta l’ultimo possedimento coloniale spagnolo. Il 15 febbraio 1898 una tremenda esplosione a bordo fece colare a picco la corazzata americana «Maine» ancorata nel porto dell’Avana. Fu il classico casus belli e dopo una spedizione militare e una battaglia navale in cui gli spagnoli furono sconfitti, l’isola ottenne la propria indipendenza, ma divenne anche una sorta di protettorato americano insieme all’isola di Porto Rico che a tutt’oggi rappresenta una situazione particolare, se non unica: il territorio è soggetto agli Stati Uniti e gli abitanti hanno la cittadinanza dal 1917, ma non partecipano alle elezioni presidenziali, non hanno rappresentanti al senato o alla camera, né sono considerati uno stato federale. Solo dal secondo dopoguerra – e dopo che due portoricani nel 1950 tentarono un attentato al presidente Truman – l’isola ottenne maggiori autonomie, senza però diventare ancora uno stato dell’Unione a tutti gli effetti, anche se l’iter legislativo è in corso dopo il referendum del 2012.

Presenza militare in Centro America
Dal 1898 alla metà degli anni Trenta si sono susseguiti continui interventi militari in Centro America. A Panama, dopo che gli Usa convinsero i panamensi a staccarsi dalla Colombia ai primi del Novecento, la cosiddetta ‘zona del canale’ rimase sotto esclusiva sovranità americana fino al 1979. Per essere sicuri poi che a Panama nessuno creasse difficoltà gli americani si erano affidati perfino al generale Manuel Noriega, ma ‘scoprendo’ il suo coinvolgimento in un traffico di droga, furono costretti ad intervenire. Il Nicaragua fu invece occupato militarmente dal 1912 al 1933, quando F.D. Roosevelt decise il ritiro a causa dei costi eccessivi del contingente, ma nel frattempo, nel 1926, era scoppiata la rivolta di Augusto César Sandino. Nella Repubblica Dominicana, dopo il ritiro delle truppe nel 1924, gli Usa mantennero assoluto controllo del paese fino al 1941, grazie al fatto che ne intascavano le entrate doganali, ma anche per il generale Rafael Trujillo che per trent’anni fu un dittatore tra i peggiori della storia dell’America latina. L’invasione dell’isola di Grenada, nell’ottobre 1983, nel timore che Cuba e l’Unione Sovietica vi si potessero insediare, è un altro capitolo delle disinvolta politica nei confronti del Centro America, ma potrebbe non essere l’ultimo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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