Il tirante non tiene

Ci sono meno arrivi sulle coste europee, ma più morti nel tentare la traversata. Sono i dati più recenti delle Nazioni Unite. 2.275 i migranti affogati nel Mediterraneo scomparse nel 2018, uno ogni 14 arrivi. Nel 2017, era uno su 38, due volte di più. Senza contare le vittime dei maltrattamenti nelle carceri libiche dove vengono riportati i fuggitivi fermati dalla guardia costiera libica. La spietatezza è un  tirante che non tiene, scrive Raniero La Valle nella newsletter settimanale di chiesadituttichiesadeipoveri.it. Si tratta di trovare gli strumenti per chiamarla in giudizio e se non sarà un giudice sarà un parlamento o un elettorato. E’ quello che molti di noi ardentemente si attendono. Speranza contro i sondaggi (nandocan).

***di Raniero La Valle, 31 gennaio 2019 – “Ci sarà pure un giudice a Berlino!”, gridava il mugnaio di Potsdam contro il giudice locale che non gli aveva reso giustizia nei confronti del barone che gli aveva deviato le acque dal suo mulino, fonte della sua vita. “C’è una giustizia e io la troverò”, urlava la vedova di “Delitto e castigo” cacciata sulla strada, con gli orfani, il giorno del funerale di suo marito: “Possibile che non ci sia giustizia? Chi devi difendere se non noi derelitti? Ma ora vedremo! Ci sono al mondo dei tribunali, c’è una giustizia, e io la troverò”, giura la poveretta. “Ma che gente è la tua?”, dicono alla regina di Cartagine i marinai naufraghi dell’“Eneide”: “Che barbaro costume ci impedisce di scendere a terra e di fermarci sulla spiaggia? Lasciaci trarre a riva la flotta sconquassata dai venti, aggiustarla con travi tagliate dalle selve, fabbricarvi dei remi, per poi salpare lieti verso l’Italia e il Lazio”; e fu perché Didone aprì quel porto ai profughi che nacque poi l’Europa.
Ma oggi non c’è un giudice a Strasburgo. O meglio c’è una Corte europea dei Diritti Umani che non ha accolto la richiesta dei naufraghi della Sea Watch di essere sbarcati, uomini, donne e 15 minori, ma ha chiesto al nostro governo di dar loro cibo, acqua e cure mediche, insomma “i generi di prima necessità”, come se avere un tetto sulla testa e una terra sotto i piedi non fosse una prima necessità per ogni essere umano. Che mangino pure, ma in coperta, sotto i venti e le tempeste. Questo ha detto il giudice europeo, che in ciò fa corpo con i governi e con tutta l’Europa che i naufraghi, i profughi, i richiedenti asilo non li vogliono nemmeno vedere, e se li vedono gli negano perfino il nome all’anagrafe; e si sono dovuti mettere in 7 per spartirsi 47 migranti, uno ogni 15 milioni di europei, perché la nave potesse alfine prendere terra a Catania. “Un giorno vergognoso per l’Europa”, ha detto il presidente della ONG Sea Watch: “i diritti umani non dovrebbero essere negoziati, e gli esseri umani non dovrebbero essere contrattati”,
È questa la linea della fermezza con variante umanitaria: l’ha spiegata in TV nella mezz’ora di Lucia Annunziata il presidente del Parlamento europeo Tajani, leader in pectore di Forza Italia; ma la linea della fermezza in salsa umanitaria è quella che ha decretato il delitto di Stato dell’uccisione di Moro e travolto la “prima Repubblica”.
Eppure che un tetto, una terra e un lavoro sia il minimo che serve a fare la dignità di un essere umano lo ha proclamato, ogni volta che ha incontrato i Movimenti Popolari, il papa Francesco, l’unico ormai che riscatta la coscienza dell’Europa e degli Stati dal precipizio di spietatezza in cui sono caduti.
Ma la spietatezza è anche il punto debole su cui è destinato a franare l’attuale sistema di potere dell’Europa e degli Stati europei. Politiche anche severe sull’economia e sull’immigrazione possono essere accettate e perfino produrre consenso, ma la spietatezza no, la spietatezza non paga, la spietatezza non ha guadagnato ancora la maggioranza dei consensi. Sulla spietatezza i governi possono essere combattuti, possono essere sconfitti, possono cadere. Si tratta di trovare gli strumenti per chiamare in giudizio la spietatezza, che è anche un’empietà; l’ordinamento li offre, se non sarà un giudice sarà un Parlamento, una parte della stessa maggioranza, sarà un elettorato, sarà un popolo, ma alla fine la spietatezza sarà sconfitta. È quello il tirante che non tiene, che innesca la rovina di tutta la costruzione di governo e di potere, come il tirante strappato del ponte Morandi a Genova.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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