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Siria via gli Usa, è Russia-Israele la sfida strategica decisiva

Uscendo dal segreto con cui erano stati condotti nei mesi scorsi gli attacchi aerei contro postazioni iraniane in Siria, all’1,29 di questa notte ora israeliana un comunicato del ministero della Difesa israeliano ha annunciato ” stiamo attaccando Forza Qods iraniana in Siria. La Israel Defence Force avverte le Forze Armate Siriane di non provare a colpire il territorio di Israele o le sue forze”. Secondo Repubblica.it le vittime sono 11, fra cui almeno due militari siriani (nandocan)
***di Piero Orteca, 21 Gennaio 2019 – L’effetto più concreto dell’annunciato disimpegno americano in Siria è pressoché automatico: aumentano i rischi di una collisione diretta tra israeliani e russi. L’algoritmo della possibile (iper) crisi è molto semplice. Gli iraniani vogliono capitalizzare il loro pesante contributo alla distruzione dell’Isis, sfruttando le basi in Siria per tenere sotto tiro il Golan e la Galilea. Nel Libano questo compito è “delegato” alle milizie sciite di Hezbollah. Gerusalemme già da lunga pezza ha lanciato un avviso ai naviganti. Una strategia di questo tipo porta dritto filato a una guerra preventiva. I russi, che dopo la ritirata di Trump sembrano sempre più ringalluzziti, proteggono gli ayatollah, flirtano con i turchi (che mettono a rischio i “segreti” della Nato) e cercano di raffreddare i bollenti spiriti di Netanyahu. Che con le elezioni “ante portam” mostra i muscoli.

Sullo sfondo si muove il blocco sunnita (Arabia Saudita in primis), il cui interesse ad arginare la marea montante persiana è sfociato in un vero e proprio rovesciamento delle alleanze, con la creazione di un asse di ferro con Israele. E il conseguente raffreddamento del contenzioso palestinese, di cui si parla sempre meno (e con fastidio) anche da parte della galassia islamica. Ergo: traditi da tutti, i palestinesi, chiusi in un angolo, aspettano tempi migliori, costretti alla filosofia del “wait and see”. Le “Primavere arabe” ci hanno regalato, quindi, un Medio Oriente sottosopra e un milione di morti, tra Irak, Siria e Libia. Le crisi regionali si sono saldate in una “macro-area”, caratterizzata da sempre meno certezze e un sacco e una sporta di dubbi. Anche perché, paradossalmente, i rischi di un conflitto globale “per sbaglio” sono aumentati.

Basterebbe spezzare uno degli anelli della catena di comando militare dei rispettivi schieramenti o dei rapporti tra militari e sfera politica, per trovarsi all’improvviso in un cul de sac diplomatico, senza uscita, come quello del luglio del 1914, che portò su un piano inclinato alla Grande Guerra. Senza che nessuno se ne rendesse quasi conto. Per ora, la tattica di Gerusalemme è quella di condurre azioni militari preventive (perlopiù bombardamenti aerei mirati) contro obiettivi siro-iraniani. Ebbene, la novità è che il Cremlino ha posto una sorta di ultimatum: non saranno più tollerati attacchi israeliani contro l’aeroporto di Damasco. Per evitare guai peggiori si è addirittura tenuto un incontro tra alti ufficiali di Mosca ed esponenti della Israeli Defence Force (Brig. Yaniv Asor, capo della Operations Division). Pare sia stato raggiunto un accordo (provvisorio) per quella che viene definita una “de-escalation”.

Resta comunque la chiara sensazione che entrambe le parti tengano il dito sul grilletto. Anche perché, all’orizzonte, si profila un nuovo elemento in grado di avvelenare ulteriormente il clima. Fonti dell’intelligence israeliana citano movimenti massicci di formazioni paramilitari iraniane alla frontiera irakena. Si tratterebbe di ben 10 mila miliziani delle Popular Mobilization Units (in pratica il gruppo Hashd al-Shaabi) pronti a fiondarsi in Siria per rafforzare il piano di “iranizzazione” del Paese. L’evento più temuto da Netanyahu. Queste unità sono alle dirette dipendenze del mitico capo dei “pasdaran” di Teheran in Siria e Irak, il generale Qassem Soleimani. E’ il primo test di una certa importanza per il nuovo capo di Stato maggiore israeliano, Aviv Kochavi, che ha recentemente preso il posto di Gadi Eisenkot. Dandogli il benvenuto, Netanyahu ha detto che insieme condividono la stesse idee per la difesa strategica del Paese (compendiate nel “Piano 2030”).

Il premier ha sottolineato come i successi economici raggiunti debbano essere difesi a ogni costo. Secondo gli analisti si riferiva anche alle minacce poste da Hezbollah alle installazioni off-shore per l’estrazione di gas. Kochavi, chiamato a interpretare i capisaldi della Dottrina Netanyahu, in pratica un gioco “a somma zero” che ignora il compromesso, è un vero “duro e puro”. Già comandante della Brigata Paracadutisti e del famoso 101. Battaglione, è stato (non a caso) anche capo dell’Aman, il Military Intelligence Directorate, in pratica i servizi segreti militari. Insomma, in Medio Oriente è tutto un tintinnar di sciabole. Proprio ora che l’America di Trump scappa e gira la patata bollente a chi ha voglia di ustionarsi.

*da Remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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