L’assassinio nazionalista di Abramowicz non è il gesto di un pazzo – Lettera all’Ambasciata polacca

Chi lo desidera può inviare con la sua firma, come personalmente ho già fatto, il testo che segue o altro analogo all’indirizzo indicato dell’ambasciata polacca (nandocan)

***da Massimo Marnetto, 15 gennaio 2019 – Ambasciata Polacca (mail: ambaroma@msz.gov.pl )
Chargé d’affaires ad interim Szymon Wojtasik,

l’assassinio del sindaco illuminato Pawel Adamowicz ci ha colpiti in profondità. Non è il gesto isolato di un pazzo. La democrazia del suo Paese, vista da fuori, appare ogni giorno più indebolita e perseguitata sotto i colpi prima della propaganda nazionalista e ora dalla lama di un assassino. Che ha pensato di fare la cosa giusta uccidendo un uomo aperto e europeista come Adamowicz, ma indicato ogni giorno dal potere del Presidente Kaczynski come un pubblico nemico.

Chi sarà il prossimo ad essere colpito da uno squilibrato? A morire per uno strano incidente d’auto? A suicidarsi senza motivo? Forse il sindaco liberale di Poznan, Jacek Jaskowiak? O un’altra voce scomoda, che chiede più rispetto per le minoranze, mentre le libertà sanguinano sotto i colpi di un clima reazionario, alimentato da un clero oscurantista?

Szymon Wojtasik,
il nazionalismo è il tarlo della democrazia: toglie consistenza alle libertà che la vertebrano, senza dare nell’occhio, fino al cedimento improvviso nella dittatura. Noi non vogliamo questo destino per la Polonia, per l’amicizia che ci lega al suo popolo. Che ha dato al nostro continente un indelebile esempio di riscatto con la rivolta di Solidarnosc iniziata proprio da Danzica. La stessa città dove il sangue di Adamowicz l’ha macchiata.

Con vigilanza democratica,
Massimo Marnetto

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti