Danzica, la follia dell’odio contro il sindaco dei diritti

Più passa il tempo e più possiamo renderci conto che la vera minaccia all’unità dell’Europa non viene dalle incompatibilità di bilancio ma dall’insofferenza crescente di partiti e governi nazionalisti, conservatori e xenofobi per i suoi valori fondanti di libertà, rispetto dei diritti e solidarietà. In Polonia, Radio Marjia, da non confondere con l’omonimo broadcast radiofonico internazionale, con i suoi tre milioni e più di ascoltatori ha avuto un ruolo fondamentale nel garantire il successo del Pis di Kaczynski, di cui il sindaco di Danzica Adamowicz era avversario. Reazionaria e antisemita, al punto di sostenere che gli ebrei avrebbero tratto vantaggi economici dall’olocausto, non passa giorno che non ecciti gli animi contro il “pericolo islamico” o la pastorale e la predicazione di Papa Francesco (nandocan)

***di Ennio Remondino, 15 gennaio 2019 – Paweł Adamowicz, 53 anni, era primo cittadino della città degli storici cantieri navali in cui nacque Solidarnosc. Lo era da vent’anni, per 5 mandati consecutivi, l’ultimo conquistato con il 65% dei voti. Non «solo» un sindaco, ma il volto dell’«altra» Polonia, sottolinea Monica Perosino, su La Stampa, la Polonia progressista e aperta che ha combattuto per la libertà e che a quella libertà non vuole rinunciate. Era il simbolo dell’opposizione al governo in carica, e alle sue «riforme liberticide». La partita aperta tra lo schieramento conservatore bigotto attorno a Radio Marjia, e la Polonia laica e democratica.

Solidarietà – Solidarnosc
«Danzica è generosa, Danzica condivide il bene, Danzica vuole essere una città di solidarietà», sono queste le ultime parole pronunciate dal sindaco della città polacca sul Mar Baltico Pawel Adamowicz accoltellato a morte domenica sera sul palco durante l’evento clou della Grande Orchestra di Solidarietà Natalizia, racconta Giuseppe Sedia sul Manifesto. La parola «solidarietà» in polacco Solidarnosc, il primo sindacato libero nei paesi dell’allora blocco sovietico guidato da Lech Walesa e nato dagli scioperi dell’agosto 1980 proprio tra i cantieri navali di Danzica.

«Delitto politico»
«Gazeta Wyborcza», il più prestigioso giornale polacco è stata la prima a parlare di «delitto politico», maturato nel «clima di odio e di ostilità» che segna il Paese oggi. Il riferimento è alla formazione di governo, quel Pis di Kaczynski di cui Adamowicz era avversario. E l’ombra dell’odio politico nell’ allarme lanciato dal presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani: «Sta riemergendo un clima di odio in troppe dichiarazioni e in troppe polemiche politiche in molti Paesi della nostra Unione europea», ha detto. «L’odio non è un valore compatibile con l’Unione europea». Appello ad «abbassare i toni».

Lech Walesa ammonisce
Ieri è stato proprio Lech Walesa, il padre della Polonia democratica post sovietica, ad ammonire: «Il livello del dibattito pubblico deve cambiare per evitare di incoraggiare le persone a compiere tali gesti». Sì perché l’assassino è certamente un folle, ma armato di tanto odio che sembra segnare avvelenandola, la vita politica interna polacca ormai da diversi anni. La cosiddetta «guerra polsko-polska» tra i sostenitori e gli oppositori del governo della destra populista di Diritto e giustizia, il ‘PiS’, attualmente al potere in Polonia. Scontro interno e con la stessa Unione euroea.

L’assassinio sul palco
Domenica sera, alle 20 in punto, Paweł Adamowicz, il sindaco, era sul palco della Grande Orchestra di Natale, l’evento annuale di beneficenza in cui si raccolgono fondi per gli ospedali. Lui era lì con una candelina in mano e di fronte a centinaia di persone in festa, quando Stefan Wilmont, 27 anni, è saltato sul palco e l’ha accoltellato. Poi ha preso il microfono e ha detto: «Il mio nome è Stefan, sono stato in prigione da innocente, Piattaforma civica mi ha torturato e per questo Adamowicz è morto». Partito sbagliato ma bersaglio scelto, il ‘sindaco sorridente’, colpevole nell’odio dell’assassino.

La follia dell’odio alimentato
Uscito di prigione a dicembre dopo cinque anni per rapina, Stefan Wilmont ha pugnalato a morte Adamowicz in diretta tv e di fronte a centinaia di persone inorridite. Il governo nega l’assassinio ‘politico’. Molti accusano il clima di crescente tensione sociale e violenza verbale presente nel dibattito politico del Paese. «Difenderemo Danzica, la Polonia e l’Europa da quest’ondata di odio e di disprezzo, te lo prometto». Così Donald Tusk si è rivolto all’amico di vecchia data, Lech Walesa, intervenendo con lui a una manifestazione a Danzica, una delle decine organizzate in tutto il Paese.

‘Gioventù polacca’ para fascista
Due estati fa l’organizzazione para-fascista della ‘Gioventù polacca’ (Mw) aveva pubblicato 11 certificati di «decesso politico» con tanto di fotografia per undici sindaci polacchi colpevoli di aver sottoscritto un patto di collaborazione tra le amministrazioni locali in materia di immigrazione. Tra i destinatari del certificato l’ex-sindaca di Varsavia Hanna Gronkiewicz-Waltz, ma anche lo stesso Adamowicz. In Polonia le varie forme di incitamento all’odio costituiscono un reato in aumento negli ultimi anni, ma il ministro dell’interno polacco Mariusz Blaszczak sostiene siano inutili le azioni per arginare il problema.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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