La scossa dei sindaci

Roma, 4 gennaio 2019 – Commentando la resistenza dei sindaci ad applicare il decreto Salvini che impedisce di prorogare la protezione umanitaria ai richiedenti asilo, Stefano Folli scrive sulla Repubblica di oggi che “Orlando e de Magistris possono vincere la battaglia mediatica e accreditarsi presso un certo segmento di opinione pubblica. Tuttavia, creano un danno alla prospettiva di un centrosinistra allargato che voglia risalire la china”.

Ma quanto deve essere largo questo centrosinistra per includere anche l’obbedienza incostituzionale? Perché su questo secondo me ha ragione chi scrive che lo spirito della Costituzione è stato tradito. Se non anche la lettera, in rapporto alla quale peraltro il Presidente della Repubblica si è semplicemente limitato a controllare che il decreto sicurezza non fosse in evidente, clamoroso contrasto con la legge fondamentale dello Stato. Non toccava a lui approfondirne il merito in tutti i particolari.

Certo, poteva avvalersi del suo potere di rispedire il decreto alle camere, correndo il rischio che una seconda approvazione da parte della stessa maggioranza parlamentare non solo facesse comunque entrare in vigore la legge ma allontanasse la prospettiva di un intervento della Corte Costituzionale alla quale soltanto spetta, come suggeriscono i giuristi a cominciare dall’ex Presidente della Consulta Giovanni Maria Flick, l’ultima parola sulla questione.

Come ha spiegato bene sulla Stampa il collega Ugo Magri, il Capo dello Stato ha preferito imporre una serie di correzioni del testo originale che riportassero il provvedimento legislativo “nel limbo delle leggi di dubbia costituzionalità….pur senza condividere lo spirito del decreto e tantomeno il contenuto. Di questo si può stare assolutamente certi”. E perché lo fosse anche Salvini, il 5 ottobre Mattarella ha accompagnato la firma con una precisazione, solo apparentemente pleonastica: “Restano fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato”. Che il destinatario ha accolto, come è noto, con il solito garbo: “Sì, ma non vogliamo passare per fessi”.

Con buona pace di Stefano Folli, preoccupato da quelle iniziative che offrirebbero nuove frecce alla predicazione leghista “legge e ordine”, la scossa dei sindaci che con varie sfumature hanno preso decisamente posizione contro il decreto, da Orlando a Sala, da De Magistris a Nardella, può rappresentare invece un’ottima occasione per l’opposizione democratica e quella di sinistra in particolare di riprendere il contatto con le periferie. Dove molto più che i sacrifici imposti dall’accoglienza si temono le conseguenze dell’abbandono di migliaia di immigrati a una pericolosa condizione di illegalità.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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