Gli ultras in Parlamento legittimano quelli negli stadi.

Mi associo a quanto scrive Massimo, ma temo che questa vergogna sia destinata a ripetersi finché la politica non provvederà a restituire al Parlamento i poteri e i doveri che la Costituzione affida ed impone a chi ne fa parte. E prospettare il vincolo di mandato da parte dei leader non collabora ad accrescere il senso di responsabilità di ciascuno (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 29 dicembre 2018 – Nelle ultime sedute di discussione della manovra finanziaria è stato un crescendo di disordini in aula. Intendiamoci: l’abuso del voto di fiducia sulla più importante legge nazionale è stato clamoroso. Giustificate le reazioni di fuoco di chi ha protestato. Ma vedere parlamentari correre verso gli avversari in cerca di contatto fisico, lanciare documenti contundenti, gesticolare e urlare anche dopo essere stati placcati da commessi anti-rissa è davvero un pessimo esempio per il Paese. Questa non è passione, ma decadenza violenta che ha contagiato il Paese.

Adesso la rissa pubblica – una volta vista come un incendio da domare subito su un autobus o in strada grazie a pacieri volenterosi che sentivano il richiamo dell’emergenza – ora è percepita come gesto di estrema normalità. Ha iniziato la tv, piena di format di conflitto programmato, dove la “piazzata” fa spettacolo. Poi, c’è stato l’avvento del famoso critico litigioso, che insulta per essere invitato ed è invitato per insultare. E la cancrena si è estesa su, fino ad arrivare al Parlamento, dove i politici più sono limitati, più sono aggressivi. Che facciamo: chiudiamo anche le Aule per due giornate? O ridiamo valore all’autocontrollo?

Per il 2019, vorrei vedere una “tolleranza zero” per gli ultras nelle Aule, perché io mi vergogno del mio Parlamento.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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