Lettera ad Antonio Megalizzi, su giornalismo e terrorismo

***di Ennio Remondino, 20 dicembre 2018*

Caro Antonio, caro collega

Funerali di Stato per te Antonio, con cattedrale e arcivescovo della tua Trento, col Presidente della Repubblica e quello del Consiglio, e soprattutto con il pianto dei tuoi familiari e dei tuoi amici. Quelle due bandiere sulla tua bara, il tricolore e quella europea per cui tu ti battevi tanto che rischiava di non esserci. Lascia perdere gli sciocchi, e oggi sappi che, nonostante formalismi forse esagerati, tutti quelli che ti sono attorno sono realmente addolorati. Eri giovane, eri idealista, eri un ‘bravo ragazzo’, in un contesto in cui dare a uno quel riconoscimento, si rischia di bollarlo da ingenuo. Vorrei parlare con te da collega. Da nonno del mestiere. Prima una confidenza. Poi alcuni consigli /avvertimenti (vizio di noi vecchi).
Ho letto che ti hanno riconosciuto pubblicista ad honorem, ma post mortem. Amaro in bocca. Ma a turbarmi è stato l’elenco dei giornalisti uccisi nel 2018. 80, e tu mancavi, fuori tempo massimo e fuori classifica. Reportes sans Frontieres dettaglia quanti tra i nostri morti fossero ‘giornalisti professionisti’, quanti giornalisti ‘non professionisti’, o ‘collaboratori dei media’. Da antico frequentatore di tante guerre, sul fronte dei media, ho visto morire troppo giornalisti ‘non professionisti’ bravi e coraggiosi, e una infinità di ‘collaboratori dei media’, senza i quali l’informazione dei veri fronti di guerra ce la dimenticheremmo. 2019, meno dettagli e un po’ più di umanità, ti pare Antonio?

Il terrorismo di Stato

Quel giovanotto, quasi tuo coetaneo che ha distrutto se stesso e cinque vite. Jihadista improvvisato, il tuo assassino, e quindi praticamente impossibile da prevenire. La prossima volta dove? Ma caro Antonio, sul terrorismo ci stanno raccontando anche un sacco di balle. Lupi solitari, cani sciolti, ma il caso Khassoggi ha portato allo scoperto il terrorismo di Stato. Diciamocelo tra di noi, Antonio, che a gridarlo troppo si rischia almeno la carriera: sostenere il terrorismo fa parte della politica estera di Paesi alleati, come la petrolifera Arabia Saudita o la Turchia Nato. Lo ha intuito persino il Senato americano che ha recentemente invitato Trump a sospendere il sostegno militare all’Arabia Saudita.
Non accadrà mai, ovviamente, con tutti quei miliardi in armi Usa vendute a Riad. «Uno degli Stati che più hanno contribuito nei decenni a finanziare e ispirare il jihadismo, responsabile della morte di migliaia di civili in Yemen», ci ripete Alberto Negri, altro ‘vecchio’ da trincea. «In Arabia Saudita la coalizione guidata da Riad utilizza le brigate di Al Qaeda per combattere contro gli Houthi, i ribelli sciiti zayditi sostenuti dall’Iran. Dopo avere combattuto con i droni e raid aerei l’Aqap – Al Qaeda nella Penisola Arabica- gli Stati Uniti hanno lasciato che Riad ed Emirati arabi reclutassero i qaedisti nelle milizie di mercenari che combattono nel Sud dello Yemen, a Taiz e nel porto di Hodeida».

Ultima considerazione e poi ti saluto

Difficile leggere queste notizie vero? Forse al Parlamento di Strasburgo di questo non si parlava, ed è errore tragico. Come forse non si parlava della attualità di oggi nell’aria da tempo. Gli Stati Uniti che escono dalla Siria (forse). Io e te sappiamo che nemmeno dovevano starci, ma non facciamo troppo gli ingenui, almeno tra noi. Ti ricordi quando, dal Nord della Siria abbiamo celebrato la lotta dei curdi contro il Califfato? Ora lasciamo che la Turchia di Erdogan li massacri mentre continua a proteggere i jihadisti arroccati a Idlib. La cronaca più dettagliata la puoi leggere anche qui su Remocontro, ma confesso che tutto ciò, oltre allo schifo, provoca senso di colpa nei tuoi confronti.
Ma che cavolo di mondo e di giornalismo ti stavamo per lasciare Antonio, se tu, buono e idealista come ti hanno cresciuto, fossi vissuto a praticare questo dannato meraviglioso mestiere? Gli Usa che escono dalla Siria e lasciano nelle pesti gli alleati curdi, i soli che hanno veramente combattuto sul campo l’Isis. Carognata vero? Ma come ripete il mio amico Negri, «troppo difficile fare la guerra al terrorismo senza sporcarsi le mani». Ed ecco gli alleati turchi e sauditi che hanno alimentato il terrore. O la scemenza ultima di chi vorrebbe imporre all’Italia la visione israeliana del mondo, terroristi compresi. In tutto questo accade che bravi ragazzi come te, Antonio, vengano uccisi. Perdonaci se puoi.

*il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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