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2018, anno nero per i giornalisti: 80 morti non solo per guerre

Quanti sono i lettori che vorrebbero più giornalisti con la schiena dritta anche a costo che possano risultare scomodi  per la propria persona, famiglia, categoria o corrente politica? Anche con la risposta a questa domanda si può misurare il livello di onestà e di democrazia di un Paese (nandocan).

***di Ennio Remondino, 18 dicembre 2018* – Giornalisti bersaglio, e spesso siamo anche innocenti. Auto ironia rispetto a dati che minacciano il diritto di tutti noi ed essere informati correttamente. Il diritto alla libera informazione che è anche diritto alla vita per chi l’informazione la fa, quella sul serio, professionale ed onesta (l’obiettività è virtù teologica, l’onestà un dovere). Di colleghi impegnati sul fronte dell’onestà, ne sono stati uccisi 80 in giro per il mondo.

L’anno scorso hanno perso la vita 65 giornalisti, uccisi nell’esercizio della professione. Tra le vittime di quest’anno, 63 giornalisti professionisti, con un incremento del 15%, 13 giornalisti non professionisti (dato puramente formale, e il giovane Antonio Megalizzi ucciso a Strasburgo, ‘pubblicista’ ad onorem post mortem), e quattro collaboratori dei media, ha spiegato l’Ong di Parigi. Oltre le forme, la sostanza di 80 vite.

In totale – secondo Rsf – più di 700 giornalisti professionisti sono stati uccisi negli ultimi dieci anni. Oltre la metà dei reporter sono stati “deliberatamente presi di mira e assassinati”, ‘bersagli politici’ come l’editorialista saudita Jamal Khashoggi, ucciso il 2 ottobre scorso all’interno del consolato di Riad a Istanbul. E come il giornalista slovacco, Jan Kuciak, trucidato nella sua abitazione il 21 febbraio scorso.

«L’odio verso i giornalisti, dichiarato e sostenuto da leader politici, religiosi o uomini d’affari senza scrupoli ha conseguenze drammatiche sul terreno, e si traduce in un aumento preoccupante delle violazioni», avverte Christophe Deloire, segretario generale di Rsf, che mette sotto accusa anche i social. «Sentimenti di odio legittimano la violenza e indeboliscono, ogni giorno di più, il giornalismo e con esso la democrazia».

L’inferno dei reporter è di nuovo l’Afghanistan dove qualcuno, dagli Usa, ci aveva detto di guerra finita: nel 2018 vi hanno perso la vita 15 giornalisti, nove solo nel doppio attacco del 30 aprile con gli operatori dell’informazione bersaglio diretto. Seguono Siria, settenale di guerra, con un 11 morti, Messico (9), India (6) e Stati Uniti (6 morti, di 4 nell’attacco alla redazione di Capitolo Gazette del Maryland). Follie varie.

Nel 2018 è aumentato anche il numero di giornalisti detenuti (non per reati comuni, sia chiaro): sono 348 (nel 2017 erano 326). Oltre la metà dei reporter in prigione si trova in cinque Paesi: Iran, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Cina. Poi ci sono i problemi di ‘repressione democratica’, leggi o proposte di legge che minacciano sul piano normativo o finanziario il pluralismo delle voci, e sta accadendo anche in Italia.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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