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Salvini il sionista e Moni Ovadia l’ebreo

Non c’è solo Salvini. Un po’ per la cattiva coscienza dell’Occidente cristiano nei confronti di un popolo perseguitato per secoli, un po’ per il valore simbolico di avamposto dell’Occidente che il neocolonialismo israeliano ha assunto nel contesto mediorientale, ma soprattutto per l’azione di lobbying delle comunità ebraiche della diaspora sui governi europei e americano fatto sta che il nuovo sionismo della destra israeliana riesce oggi a catturare il consenso e la simpatia, oltre che l’appoggio politico, militare e finanziario  dei principali nemici di un tempo. (nandocan)

***di Ennio Remondino, 9 dicembre 2018* – Moni Ovadia ebreo contro il sionista Salvini. Salvini il sionista e l’ebreo Moni Ovadia. Salvini ‘sionista idelogico’: «Un non ebreo sostenitore acritico delle ragioni dello Stato di Israele quali esse siano, ha compiuto una impressionante e stupefacente parabola». E malignamente, il colto Moni Ovadia insiste sul Manifesto ricordando che il primo ‘sionista non ebreo’ fu il piccolo padre sovietico Jossip Vissarionovic Djugasvili, detto Stalin, «primo fra i potenti volle quello stato, lo armò e lo sostenne nelle istanze internazionali». «L’ultimo dei gentili sionisti, buon ultimo, è il nostro gagliardo ministro degli Interni, Matteo Salvini, il quale ancora prima di essere arrivato in terra santa ha già spiegato che la colpa è tutta dei palestinesi e nella fattispecie dei «nazisti» di Hamas che tengono in scacco milioni di uomini. Implicitamente egli riconosce che gli israeliani sono le vittime».

Ripasso storico, sionismo a sinistra
Il sionismo ai suoi esordi fu sostenuto dalle forze progressiste fra cui socialisti, comunisti, anarchici e progressisti di ogni sorta, il sionismo era considerato un movimento decisamente di sinistra e questa nomea aveva portato al sionismo stesso non pochi problemi come quelli col maccartismo che equiparava un sionista a un comunista e con qualche ragione. Nell’esistenza dei primi due anni dello Stato ebraico nei cinema delle sue città, alla fine della proiezione dei film veniva diffuso l’inno israeliano Hatikvà (la speranza) e immediatamente dopo la sala si riempiva delle note dell’Internazionale seguite da quelle dall’Inno sovietico. La rossa epopea ebbe un brusco arresto quando Stalin nel 1949 scatenò una micidiale campagna antisemita che terminò solo nel marzo del 1953 con la sua morte. Il filo sionista per realpolitik si trasformò di colpo in un brutale antisemita per paranoia. Eppure sotto Stalin gli ebrei avevano occupato posti importantissimi nell’industria culturale, nel partito e persino nell’esercito.

«Il socialismo degli imbecilli»
L’antisemitismo aveva una sua corrente di sinistra che Lenin definiva «Il socialismo degli imbecilli» Ma malgrado la campagna staliniana Israele rimase per anni il paese dei Kibbutz, visti come strutture di un progetto socialista. Poi la guerra dei sei giorni e l’ascesa al governo delle destre dopo il conflitto del Kippur. «Israele, con qualche interludio, ha cominciato a essere governato da destre ultra sioniste reazionarie alleate con il fanatismo religioso che lo ha progressivamente portato a diventare la nazione segregazionista, colonialista e razzista che è ora. Israele facendosi campione di violenza e rappresaglia ha trovato sempre più amici fra gli ex fascisti, i neo fascisti, i populisti della peggior specie». Poteva non approfittare dell’occasione Matteo Salvini? La domanda retorica di Ovadia che non nasconde una certa ammirazione per ‘l’opputunista di talento’.

La nuova ideologia da Trump ad Orban
Il filo sionismo antisemita, l’ibrido politico e ossimoro della nuova ideologia. «Goduria per tutta la feccia nazistoide, per la congrega suprematista e per l’internazionale razzista potere essere ferocemente antisemiti con la patente di amico di Israele. È il capolavoro della partnership the Donald & the Bibi». Domanda finale di un Moni Ovadia quasi da shoc. «Ma se gli ebrei del tempo di Hitler fossero stati come gli israeliani alla Nethanyahu, i nazisti avrebbero progettato la Endlösung? La mia risposta è: non credo. I nazisti odiavano l’ebreo ubiquo, apatrida, cosmopolita, dall’intelletto critico, attivatore di rivoluzioni, distruttore di idolatrie». Oggi invece. Conclusione politica finale: Bibi Netanyhau (galera permettendo) festeggerà la futura composizione del parlamento europeo con il rafforzamento dei partiti populisti, reazionari e fascistoidi di una Europa ancor più appiattita sui desiderata israeliani e non contrasteranno occupazione, colonizzazione ed estensione degli insediamenti.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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