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Clima, ambientalisti catastrofisti? Intervista a Francesco Martone

A Katowice, in Polonia, sta per iniziare la Conferenza sul clima. Hanno ragione gli ambientalisti di Greenpeace e le tante organizzazioni di Verdi  sparse nel mondo ad avvertire che presto, in mancanza di provvedimenti radicali, si potrebbe assistere ad una catastrofe planetaria? E’ un fatto che, mentre la gran parte dei governi e dei gruppi dirigenti continua a mostrarsi scettica di fronte alle previsioni apocalittiche che da anni provengono dagli ambienti scientifici, confermate da una dichiarazione comune di 18 premi Nobel, stanno nascendo movimenti popolari in varie parti del mondo. Perché diventa ogni giorno più chiaro che ad essere messo in discussione è l’attuale modello di sviluppo capitalistico  così come la resistenza del potere politico ed economico a prendere le misure drastiche che richiede la sua correzione. Remocontro ha intervistato Francesco Martone, già presidente di Greenpeace Italia, associato del Transnational Institute di Amsterdam e consulente politico per le delegazioni indigene nelle conferenze Onu sul clima. (nandocan) 

***di Alessandro Fioroni, 1 dicembre 2018 – In Polonia, a Katowice, la Conferenza sul clima. E non passa giorno in cui gli organismi scientifici internazionali non producano studi sui cambiamenti climatici in corso e i riflessi devastanti sulle popolazioni. Presto, in mancanza di provvedimenti radicali, si potrebbe assistere ad una catastrofe planetaria. In questo senso però la politica, gli stati, non trovano accordi e si scontrano in una competizione economica miope, è l’accusa del movimento ambientalista, che sembra ritrovare nuovo slancio. Movimenti popolari di varia natura stanno nascendo in diverse parti del mondo.

Remocontro ha intervistato Francesco Martone, già presidente di Greenpeace Italia, associato del Transnational Institute di Amsterdam e consulente politico per le delegazioni indigene nelle conferenze Onu sul clima.

Attualmente, dopo tanti disastri naturali compresi quelli provocati dal maltempo in tutto il mondo e gli avvertimenti della comunità scientifica , il dibattito sulle tematiche ambientali sembra essere tornato di nuovo al centro. Solo paura o nuova consapevolezza?

La fase che stiamo attraversando credo sia ormai nella massima espansione del modello ‘estrattivistico’, il capitalismo che tende a prosciugare ogni organismo che abbia valore, vedi i combustibili fossili e minerali, e questo comporta un’aggressione ai territori non solo del sud del mondo. Si cerca di estrarre valore per continuare a proporre un modello di sviluppo che, sia gli ambientalisti che la comunità scientifica, riconoscono essere quasi ad un punto di non ritorno. Ciò impone non solo una presa d’atto ma decisioni drastiche in controtendenza.

Quindi si deve ragionare sul modello di sviluppo?

C’è una crisi delle società capitalistiche a livello globale ma anche dei meccanismi di welfare, che sta minando gli assetti democratici sia a livello nazionale che europeo. Quello che sta succedendo in Francia con i gilet gialli dimostra sicuramente una capacità di mobilitazione, ma se si legge in filigrana si vede come a livello di analisi c’è una negazione totale della questione ecologica.

E’ una critica al movimento dei gilet gialli?

Ci sono rivolte popolari contro questa “carbon tax”, in un paese come la Francia che non ha mai avuto una forte cultura ecologista, basti pensare all’impianto illuminista che vede l’uomo al centro dell’universo usare le risorse della natura. Poi c’è il fatto che a livello energetico quel paese da sempre è dipendente dall’energia nucleare.

Le rivendicazioni del movimento francese sono così tanto slegate dalle questioni ecologiche?

In realtà il movimento dei gilet gialli esprime una contrarietà alle ricadute del modello capitalistico che si esprime attraverso l’abbattimento del welfare. La Francia è in una situazione di indebitamento pubblico estremamente elevata. Il Paese cerca di proporsi come cardine per mantenere in piedi ciò che resta dell’Unione Europea. Inoltre si avvicinano le elezioni europee e Macron si era proposto come capofila di un raggruppamento liberal conservatore che potesse fare da argine al populismo.

Una missione fallita allora vista l’esplosione della contestazione?

Si perché intanto, chi oggi tenta di difendere i diritti fondamentali, quelli dei migranti, di cittadinanza e si oppone alle politiche di austerity non rientra in questo schema.

Macron però sta tentando di mettere in piedi qualche provvedimento legato alla transizione ecologica.

Non vanno dimenticate due cose relative alla Francia, innanzitutto le dimissioni del ministro dell’ambiente Bernard Hulot che vide deluse le aspettative relative alla transizione ecologica. Inoltre, giusto due anni fa, cominciava la conferenza sul clima di Parigi che ha sancito un accordo, al quale tutti paesi dovrebbero in teoria attenersi, riguardante la riduzione delle emissioni di gas inquinanti. Quindi evidentemente anche la Francia sente una certa responsabilità.

Gli accordi sul clima non hanno più quell’importanza che sembravano avere?

Se si osservano più da vicino gli accordi che si stipulano durante le conferenze sul clima, si vede che si tratta di intese che riguardano il commercio di emissioni o investimenti sulle energie rinnovabili. Quanti soldi da spendere a ridurre emissioni, quanti sulla energie rinnovabili prima di farle rendere.
Ad oggi è stata una partita che si sono sempre giocati Cina e Stati Uniti. Con l’uscita degli Usa dall’accordo di Parigi, forse l’Europa potrebbe riprendere un ruolo centrale in termini di un assetto multilaterale, da leader, e riprendere quel protagonismo sul commercio di tecnologie per energie rinnovabili su piccola scala che già aveva.

L’impianto degli accordi quindi sono solo un altro modo di fare business?

Ad esempio, parlando ancora di Francia. Possiamo vedere tutti la forte competizione geopolitica nel Mediterraneo con l’Italia, proprio sul controllo delle rotte del gas naturale, il cosiddetto gas di transizione. Tutta la vicenda libica grosso modo si gioca intorno a questo, quindi la fase di transizione ecologica, se non si lega ad un modello diverso di economia rischia di spostare altrove gli impatti sociali anche in tema di diritti umani.

Qual è lo stato del movimento ambientalista in questo momento?

Nel momento in cui scendevano in piazza i gilet jaunes, in Inghilterra il movimento ‘Extinction Rebellion’ bloccava le vie di accesso al Parlamento, così come hanno protestato gli studenti per chiedere un impegno forte contro quello che è il pericolo di estinzione a medio termine dell’umanità. La scienza ce lo sta dicendo: se non si fa qualcosa subito in tema di cambiamenti climatici le nostre condizioni di vita saranno estremamente pregiudicate.

Si tratta di un movimento legato solo all’Inghilterra o ci saranno riflessi in altri paesi europei?

In realtà il movimento ecologista in Inghilterra non nasce oggi, ha una tradizione di mobilitazione dal basso come nel caso del blocco della costruzione di autostrade o centrali nucleari. Adesso c’è un forte movimento contro il fracking (l’estrazione di gas e petrolio con la frantumazione dalle rocce, lo ‘shale gas’ NdR), cioè quelle presenti nel sottosuolo che si sfaldano più facilmente. Il governo però, come in altri paesi, sta rispondendo con la repressione e la criminalizzazione.

E in Italia?

In Italia sono scese in piazza migliaia di persone favorevoli alla costruzione del Tav mentre uscivano rapporti che sostenevano come la costruzione di questa grande opera non avrebbe ridotto l’emissione di gas serra, anzi. Nel sud invece veniva sbloccato il dossier sulla costruzione del Tap senza tenere in conto che il gas naturale non può essere considerato un combustibile “pulito”. [C’è la ragione politico economica, c’è quella ambientale ‘pura’, e c’è quella sociale. Se non coincidono (quasi mai), devi mediare].

Quindi ragionando pessimisticamente, è una partita chiusa?

Diciamo che, mettendo insieme tutti questi elementi, la questione ambientale deve essere vista sotto un’ottica differente. Non più il tentativo di conciliare capitalismo, mercato ed ecologia, ma prefigurare il decentramento della produzione di energia, di riappropriarsi della sovranità energetica e anche di mettere al centro la giustizia ecologica, climatica e il debito ecologico. Sono temi poco praticati dalla narrazione mainstream che vede l’ ecologia solo come un elemento aggiuntivo e poco importante della politica.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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