Decreto (In)sicurezza

***di Massimo Marnetto, 8 novembre 2018 – Isolare, esasperare, clandestinizzare, punire.

E’ questa la “filiera” nel trattamento dei richiedenti asilo, che ha introdotto in Decreto (In)sicurezza, votato al Senato, con i mal di pancia dei 5 Stelle. Migliaia di persone si troveranno ad essere private della protezione umanitaria e dei principali strumenti di integrazione: corsi d’italiano e di formazione professionale, da oggi in poi riservati solo a coloro – poco più del 5 per cento – che ottengono l’asilo. Per gli altri, c’è il nulla interrotto dal pranzo e della cena, chiusi nei CAS (Centri di Accoglienza Speciale) o in altri grandi agglomerati, in attesa dell’espulsione. Chi invece ha già un permesso, lo perderà. E non potrà più lavorare regolarmente, ma solo in nero, se va bene; nella malavita, se va male.

Così, molti migranti entreranno in clandestinità – anche per la soppressione della piccola e efficace accoglienza nei comuni (Sprar) – e saranno facile preda della criminalità, pronti a commettere reati. Proprio quello che vuole Salvini per avere il pretesto dell’espulsione, spesso impossibile perché i loro stati di provenienza non li rivogliono indietro.

Ma allora dov’è la sicurezza? Non c’è. C’è invece la voglia d’infierire sul capro espiatorio di tutti i mali: “loro”, per dare uno sfogo razzista alla frustrazione sociale su cui poggia il consenso di Salvini. Se la crisi morde e sei nervoso, sfogati sui migranti, insultali sulla metro, sparagli dalla finestra, bastonali per strada, caccia i loro figli dalle mense scolastiche e vedrai che starai subito meglio. Pestali e ti tornerà il sorriso bianchissimo, con Pesta del Capitano.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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