La Repubblica di Tafazzi

Roma, 3 novembre 2018 – Un’avversione, solo in parte motivata, contro i Cinquestelle  porta il quotidiano “La Repubblica” a criticarli anche per le poche riforme di sinistra da loro introdotte nel “contratto” di governo. In questo caso, l’emendamento presentato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per sospendere la prescrizione delle cause penali subito dopo la condanna in primo grado. Lo ha fatto ieri Stefano Cappellini con gli argomenti che Silvio Berlusconi opponeva qualche anno fa ad analoghe proposte dei magistrati e della sinistra.

Lo ha fatto oggi, quasi in contemporanea con Giulia Bongiorno, un ricercatissimo avvocato difensore dei big della politica nazionale, oggi ministro leghista della PubblicaAmministrazione, il più noto editorialista di politica interna  del giornale romano, Massimo Giannini. Il quale si è chiesto a che cosa serva “il blocco della prescrizione”. Avrebbe potuto rispondersi da solo che si tratta di una misura già ventilata dall’ex ministro della giustizia Andrea Orlando e che prima di lui era stato il Primo Presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio, a dichiarare (6 gennaio 2017)  “comunque irragionevole che la prescrizione continui a proiettare gli effetti estintivi del reato nel corso del processo, pur dopo la condanna di primo grado, mentre sarebbe più corretto intervenire con misure acceleratorie sulla durata dei giudizi di impugnazione”.

Se dunque non è difficile comprendere “a chi serve” la prescrizione non è difficile neppure capire che il blocco permette , come osserva oggi Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano, di togliere agli avvocati degli imputati eccellenti di corruzione e reati fiscali un incentivo a tirare il processo per le lunghe vanificando il risultato delle indagini giudiziarie.  E’ chiaro che non basterà l’emendamento di Bonafede a risolvere l’annosa questione della lentezza della giustizia, ma prendersela con una delle poche riforme provenienti dai Cinque Stelle,  significativamente osteggiate dalla destra leghista (e non solo) a me ricorda un poco la celebre frase di Nanni Moretti: “continuiamo così, facciamoci del male”. Farà del bene invece – aggiungo per completezza – il ministro Bonafede a rispettare gli impegni assunti per gli investimenti che sono necessari ad un’amministrazione giudiziaria più efficiente di quella attuale .

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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