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Khashoggi, suicidio saudita più della guerra in Yemen

Maggiore indignazione internazionale per Khashoggi che per la guerra condotta in Yemen da Riyad. Dal marzo del 2015 più di tre milioni di bambini sono nati nello Yemen sconvolto dalla guerra. A migliaia sono stati uccisi o feriti. Tutti gli altri non hanno visto altro che la violenza. La maggiore sensibilità dell’opinione pubblica per storie e tragedie individuali rispetto a quella per catastrofi e stragi collettive non è purtroppo una novità ma dovrebbe far riflettere sulla razionalità della nostra specie e il suo livello di evoluzione (nandocan).
***di Remocontro, 2 novembre 2018* – Suicidio saudita d’immagine. Khashoggi, suicidio saudita più della guerra in Yemen. Arroganza assoluta nella presunzione di impunità. Un mese dopo la scomparsa di Jamal Khashoggi, macabri dettagli di una esecuzione confettata e di un corpo ancora da far ritrovare, il regime saudita è riuscito a farsi più male di qualsiasi nemico dichiarato. Maggiore indignazione internazionale per Khashoggi che per la guerra condotta in Yemen da Riyad.

La stampa arabofona
Due versioni diametralmente opposte della vita e del pensiero politico di Khashoggi, nella analisi di Gaja Pellegrini-Bettoli su EastWest. Il Washington Post che lo descrive come un coraggioso dissidente, difensore della libertà di stampa e della democrazia. Le testate saudite, che lo dipingono come un pericoloso membro della Fratellanza Musulmana, con un Khashoggi quasi jihadista vicino ad Osama Bin Laden. Stampa arabofona, circa il 75% diretta dai sauditi e il rimanente 25% da Al Jazeera del Qatar, ed abbiamo la fotografia del racconto.

Chi era realmente Khashoggi?
Jamal Khashoggi, famiglia ricchissima e potente, suo nonno era stato il medico personale del re Abdulaziz al Saud, fondatore del regno, studia in una università Usa. Nipote di Adnan Khashoggi, noto trafficante di armi e primo cugino di Dodi Al Fayed, ricordate Lay Diana? Insomma, soldi e regni attorno. Per Peter Bergen, analista di sicurezza della Cnn, Khashoggi era un giornalista e non un jihadista, nonostante le interessate diffamazioni anche in casa americana. Da giovane, nel ’87, il giornalista intervistò Osama Bin Laden in Afghanistan. In seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre, Khashoggi su Al Qaeda: “Che Dio ci aiuti. Gli americani si leccheranno le ferite e si riprenderanno. Noi adesso abbiamo un problema da risolvere che prenderà molto tempo”.

Vicino al potere ma..
Licenziamenti giornalistici ed posizioni di privilegio successive. «Khashoggi figlio del sistema saudita e del funzionamento della sua società», ci ricorda Gaja Pellegrini-Bettoli, e mai nemico dichiarato del regime monarchico saudita. Secondo l’analista Nasser Weddady, Khashoggi, testimone della monarchia saudita per 40 anni, diventa una voce pericolosa con l’ascesa al potere di Mbs, Mohammad bin Salman, l’erede al trono. Il passaggio dalla monarchia autoritaria che prevedeva tuttavia un margine di dibattito all’interno della famiglia reale, una sorta di consiglio monarchico, ad un sistema di governo totalitario assoluto.

Cortina di ferro araba
Khashoggi, come si legge nei suoi articoli e interviste, era a favore della Primavera Araba, chiedendo maggiore libertà di espressione e libertà politica. Critiche che i milioni di dollari investiti da Mbs in campagne di pubbliche relazioni non riuscivano a contrastare con efficacia. Nel suo ultimo articolo per il Washington Post, pubblicato postumo il 17 ottobre
(https://www.remocontro.it/2018/10/18/lultimo-editoriale-di-khashoggi-la-liberta-di-espressione-e-la-cosa-di-cui-il-mondo-arabo-ha-piu-bisogno/) Khashoggi paragona il momento politico che vive il mondo arabo al periodo della Cortina di Ferro, con le tensioni arabe causate da poteri domestici che lottano per la supremazia.

*Rallegramenti e auguri all’amico Ennio Remondino per il quinto anniversario del suo prezioso blog.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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