Legalità trattabile

***di Massimo Marnetto, 19 ottobre 2018 – Il condono per riciclatori e mafiosi introdotto negli ultimi documenti economici dalla famigerata manina ha destato scandalo. Ma c’è un condono ombra ben più grave che non suscita lo stesso scalpore. E’ quello permanente generato dalla delegittimazione di molte attività di controllo, appositamente depotenziate per incassare consenso.

Così, se fai mancare un numero sufficiente di ispettori del lavoro, ottieni la riconoscenza elettorale di tutti gli imprenditori senza scrupoli che preferiscono lavoro nero e morti bianche. Se sottodimensioni i controlli edilizi e azzeri gli addetti alle demolizioni, ricevi l’appoggio dell’abusivismo dilagante. Per non parlare della manna della prescrizione o della pacchia del buonismo fiscale, entrambi condoni tanto cari a B e Salvini.

Perché siamo così allergici al controllo? Forse perché abbiamo avuto sempre un cattivo rapporto con il potere, troppo spesso nella nostra storia oppressivo e ingiusto. Così da farci percepire il rispetto delle regole non come un gesto di coesione tra cittadini liberi, ma di sottomissione a un potere comunque ostile, nonostante l’avvento della democrazia. Ma anche perché abbiamo leggi mal scritte, che danno troppa discrezionalità a chi deve farle rispettare, rievocando nel cittadino l’atavico complesso del suddito di fronte all’arbitrio del controllore. Spesso disposto al concedere il suo condono in cambio di corruzione, sentendosi perfettamente conforme alla cultura dominante della legalità trattabile.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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