Zingaretti e il Pd restyling

Ieri si prometteva “il Pd cambia verso”, oggi “Il Pd cambia marcia”. Temo che non basti per “mandare a casa” chi ti ci ha appena costretto. Quando si è destinati a restare all’opposizione, la chiarezza sui valori e sugli obbiettivi rappresenta il “minimo sindacale” (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 15  ottobre 2018 – I verdi della Baviera crescono quasi del doppio promuovendo – oltre alla cura dell’ambiente – anche l’integrazione e l’Europa. Non hanno cercato voti a destra, ma hanno esteso il loro ascendente a sinistra, rilanciando con chiarezza su questi temi caldi, là dove i partiti più grandi – i centristi del CSU e la sinistra moderata della SPD – hanno adottato una prudenza generica, nella speranza di tenere insieme paura e apertura.

Sarebbe importante che il messaggio “la chiarezza paga” arrivasse anche alla sinistra nazionale, in primis al PD. Dove invece Zingaretti – in occasione dell’incontro di presentazione della sua candidatura come nuovo segretario – ha alluso a un cambiamento, ma più di gestione (“dall’io al noi”), che di programma. Cioè rivolgendosi più all’interno del partito, che ai suoi elettori in diaspora.

Per ritrovarli, occorre un programma chiaro e di rottura con il renzismo. La vaghezza unitaria – sfumare le posizioni per tenere tutti dentro – non paga, perché non dà risposte a un numero impressionante di persone in codice rosso su lavoro, istruzione, povertà, ingiustizia sociale, servizi essenziali. Né il governatore del Lazio può sperare di rimandare sine die lo scontro con Renzi. Un congresso sedato da armonia artificiale sarebbe la fine irreversibile del PD. E l’avvio di un nuovo ventennio di destra.

No, grazie. Spero in un Zingaretti più “bavarese” e meno cortese.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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