Tra il potere e la folla

Roma, 13 ottobre 2018 – “Quella a cui stiamo assistendo è un’aggressione senza precedenti alla libertà di informazione”. Può sembrare eccessiva la dichiarazione del presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Beppe Giulietti, nel corso di un’intervista apparsa sul “Manifesto” di mercoledì scorso.  Davvero senza precedenti? “Non tanto – precisa Giulietti –  rispetto agli attacchi specifici del vicepremier Di Maio alle testate del gruppo Gedi, quanto piuttosto riguardo all’atteggiamento del governo giallo-verde nei confronti del giornalismo in generale”. Perché, aggiunge, non si tratta della reazione nervosa ad una testata giornalistica né di “un film soltanto italiano”. Se un uomo come Steve Bannon, l’ideologo di Trump, “esperto della fabbrica delle fake news per inquinare gli ordinamenti democratici…sceglie l’Italia come sua piattaforma per realizzare una serie di alleanze internazionali ci sarà una ragione…Trump, Orban, Le Pen, Bolsonaro  vincono le elezioni con questo schema: che ogni forma di mediazione, siano essi corpi sociali, corpi intermedi, sindacati o giornalisti sono il male perché si interpongono nel rapporto diretto tra il nuovo potere e la folla – non  il popolo che è un concetto nobile”.

Questo è il punto, allora. Non a caso i nostri populisti amano molto citare, dal secondo capoverso del primo articolo della Costituzione, soltanto la prima frase: “la sovranità appartiene al popolo”, come se precisarne l’esercizio “nelle forme e nei limiti della Costituzione” fosse da considerarsi superfluo. Come se senza quelle forme e quei limiti potessero ancora esservi, nella nostra come in qualunque democrazia, un popolo e una sovranità popolare. Come se il passaggio elettorale fosse l’unico esame da superare per tradurre quella sovranità in potere di governo. Che altro potrebbe voler dire l’invito ironico a candidarsi per ogni critica rivolta al governo dalla magistratura, a partire da quella contabile? Ma non è così e bene ha fatto il presidente Mattarella a richiamare l’attenzione sui “checks and balances”, su i controlli e gli equilibri previsti nel nostro sistema democratico.

Ciò detto dobbiamo tuttavia obbiettare che, anche da questo punto di vista, i precedenti di questa “aggressione” ci sono, eccome se ci sono. Il populismo non è nato, neppure in Italia, con l’affermazione della lega o dei Cinque Stelle, quando il termine è diventato di moda. Due esperti in questo campo, Ilvo Diamanti e Marc Lazar, hanno spiegato in un libro (Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie) che si tratta del risultato di un processo avviato nel nostro come in altri Paesi da una crescente personalizzazione della politica, in sostituzione delle “vecchie ideologie”. A partire, se vogliamo, da Bettino Craxi già nella prima repubblica. Quando quei corpi intermedi tra popolo e istituzioni che erano stati i partiti hanno gradualmente abbandonato questo ruolo per identificarsi nella figura dei leader, l’un contro l’altro armati, in eterna competizione per il potere.

Con il bipolarismo della seconda repubblica  e il berlusconismo in particolare l’abuso propagandistico della televisione pubblica e privata e, all’interno dei partiti, l’ esclusione di fatto dei militanti dal potere decisionale hanno portato nuova linfa al fenomeno populista. A sinistra, lo statuto verticistico del Pd e le “primarie” aperte ai passanti hanno consentito a Matteo Renzi di appropriarsi del partito e subito dopo, grazie a una legge elettorale incostituzionale, di guidare il governo e umiliare il parlamento con il ricorso sistematico ai voti di fiducia. Finché non è andato a sbattere con il suo progetto di riforma della Costituzione, sonoramente bocciato dagli elettori nel dicembre di due anni fa. Per i suoi contenuti ma soprattutto per una dimostrata incapacità di affrontare e risolvere i problemi più urgenti del Paese. E’ allora, subito dopo i risultati del referendum, che il Pd avrebbe dovuto rompere col populismo renziano e pronunciare l’autocritica che solo oggi, certificato con le elezioni il dimezzamento dei voti,  timidamente si affaccia nei discorsi di qualche candidato alla segreteria. Troppo tardi. Il 4 marzo la grande maggioranza degli elettori si è divisa – stabilmente secondo i sondaggi – tra l’astensione  e quei populismi che non avevano ancora avuto la possibilità di dimostrare la loro inettitudine.

Torniamo ai media.Non c’è dubbio che, accanto alla personalizzazione della politica e al leaderismo, un terzo passo importante nell’affermarsi del populismo è stata la trasformazione delle tecnologie della comunicazione. Ce lo spiega Nadia Urbinati chiedendosi nel suo libro che cosa stia succedendo in questi anni alla democrazia e osservando in particolare che in Italia “un movimento antipartito cerca con il web di trasportare la democrazia ‘in diretta’ all’interno della democrazia rappresentativa”. Il problema è sempre quello di capire come si possa realizzare oggi la promessa democratica di tenere assieme uguaglianza e libertà politica, data l’impossibilità di dare a tutti lo stesso diritto di contare o un’uguale opportunità di voce. Secondo la Urbinati, che insegna Teoria politica alla Columbia University di New York, “dall’antica polis ateniese fino al contemporaneo video populismo, la democrazia è sempre stato un regime instabile, precario, in perpetuo movimento, ma proprio per questo equipaggiato a superare le fasi di rottura e transizione, la perdita di legittimità”.

Populismo e pluralismo sono difficilmente compatibili, è vero. Ma demonizzare o chiudere gli occhi davanti a ciò che accade oggi con i nuovi linguaggi della comunicazione – quell’epidemia politica dei tweet dalla quale peraltro sono ben pochi ad essere immuni – è tanto inutile quanto ogni altra nostalgia del passato. Prendo a prestito, per concludere, la tesi di un citatissimo professore della Princeton University, Jan-Werner Müller. “Il populismo non rappresenta una misura correttiva per la democrazia liberale nel senso di avvicinare la politica al popolo o anche di riasserire la sovranità popolare, come talvolta rivendica. Tuttavia, può risultare utile per dire chiaramente che parti della popolazione non sono affatto rappresentate… Ciò non giustifica i populisti nel pretendere di far riconoscere soltanto i loro sostenitori come il popolo vero e di essere gli unici rappresentanti legittimi”(Cos’è il populismo? (Università Bocconi, Milano, 2017).

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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