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Perché lo odiano

Come è noto, l’ex diplomatico vaticano monsignor Carlo Viganò ha chiesto recentemente le dimissioni di papa Francesco che non avrebbe fatto abbastanza contro la pedofilia del clero negli Stati Uniti. Ovvio che non sarebbe mai arrivato a tanto senza la connivenza del tradizionalismo ecclesiastico, della “destra” curiale e degli estremisti “per la vita”, in America e altrove. Quando Francesco è stato in realtà l’unico papa che ha preso seri provvedimenti a carico del cardinale Mc Carrick, l’ex arcivescovo di Washington accusato di crimini sessuali. Nell’articolo che segue, tratto dalla sua newsletter, Raniero La Valle torna ancora sull’argomento indicando la vera motivazione dell’odio per l’attuale pontificato (nandocan)

***di Raniero La Valle, 6 ottobre 2018* – Perché vogliono distruggere papa Francesco fino a chiederne le dimissioni e a volere un nuovo Conclave?
La cosa è diventata chiara all’apertura del Sinodo dei giovani. Dopo tanto parlare della crisi dei giovani, del loro sbandarsi senza la bussola di una vocazione, del loro aver perduto la fede, il papa nel discorso dall’altare all’apertura dell’assise ha chiesto loro di “non smettere di profetizzare”; ma perché questo avvenga, perché i giovani amplino i loro cuori alla dimensione del mondo, sono gli adulti o anziani, a cominciare dai vescovi, che devono cambiare, “allargare lo sguardo”. Essi devono essere capaci di sogni e speranze, perché i giovani siano capaci di profezia e di visione.

È un singolare rovesciamento: il papa avrebbe potuto chiedere ai vecchi patriarchi, cardinali, vescovi e preti di fornire la profezia della retta dottrina ai giovani che in genere sono perduti dietro i loro sogni e speranze, e invece ha chiesto agli anziani di sognare e sperare, perché i giovani ne traggano linfa per profetizzare e spingere oltre la vista. Anziani e giovani, secondo il papa, devono sognare insieme, e noi anziani dobbiamo sperare facendoci carico insieme a loro di lottare contro ciò che impedisce alla loro vita di svilupparsi con dignità, e di lavorare per rovesciare le situazioni di precarietà di esclusione e di violenza alle quali sono esposti; e così si ispiri ai giovani “la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo” contro i profeti di calamità e di sventura.
Ancora una volta dunque il papa annuncia la gioia, come nell’ “Evangelii gaudium”, nella “Veritatis gaudium”, la “Misericordiae vultus”, la “Laudato sì”, la “Gaudete et exsultate”, l’ “Amoris laetitia”.
Gli avversari non vogliono la gioia, sono intenti ad infliggere dolore: senza dolore il potere non regge, le guerre non si possono fare, i poveri non possono essere esclusi, i naufraghi non possono essere fatti affondare, i porti non si possono chiudere, l’economia non può uccidere, le armi non si possono vendere. Il dolore ci vuole, l’amore deve produrre tormento e non gioia, la massa dannata deve essere soggiogata con la legge e ricattata con la “morte seconda”, la perfetta letizia predicata dal Francesco di Assisi deve essere spregiata come una bambinata buonista.
La ragione per cui papa Francesco è avversato è, a ben vedere, la stessa ragione per cui è stata distrutta la politica; la politica, infatti, fin da Aristotile, ma poi perfino nelle Costituzioni moderne, doveva essere ordinata alla felicità o almeno, come diceva la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, a garantire il diritto alla ricerca della felicità; doveva corrispondere all’ordine del cosmo o, più modernamente, doveva non solo salvaguardare “la nuda vita”, ma promuovere “la buona vita”; e perfino l’Europa, prima di tradire, si era presentata al mondo con l’Inno alla gioia.
Ma la gioia e il potere che si pretende indiviso, la gioia e il denaro che governa invece di servire, la gioia e il debito sovrano, la gioia e la confisca delle coscienze per addomesticarle a essere oggetto di dominio e di scarto, non vanno d’accordo, non abitano su monti vicini, anzi sono incompatibili.
Per questo motivo oggi viviamo nella contraddizione – e in gran parte è una nuova contraddizione – di una Chiesa ed un papa che militano per la gioia, e un’antichiesa e un mondo che lottano per il dolore. Non a caso la reazione contro il papa si è organizzata e scatenata con “i dubbi” e il rifiuto dell’ “Amoris laetitia”, cioè delle nuove nozze tra l’amore e la gioia.
Da qui nasce la nostra sofferenza di oggi, che potremmo chiamare una sofferenza messianica, perché si fa carico del futuro quando ne va dell’avverarsi o del fallire della promessa di salvezza che dai tempi antichi fino ad oggi ha accompagnato e lenito l’arduo cammino dell’umanità.

*il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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