Tensioni tra Nato e Russia: tornano gli euromissili?

Chiunque abbia torto – di ragione non mi pare il  caso di parlare – ricordiamoci che siamo sempre seduti su una polveriera (nandocan)
***da Remocontro, 5 ottobre 2018 – Incubo Euromissili. Tornano gli euromissili? La Nato quasi di nascosto discute delle sue forze nucleari e del trattato INF, l’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty di vecchia data, 1987 a Washington tra Ronald Reagan e Michail Gorbačëv. La fine degli ‘euromissili’, missili nucleari installati da USA e URSS sul territorio europeo, con la capacità di colpire tra i 500 ed i 5mila chilometri. Gli SS-20 sovietici e gli americani IRBM Pershing-2 e i cruise Tomahawk. Nell’accordo, l’intenzione di distruggere tutti i missili balistici e da crociera ‘basati a terra’. Da allora, sempre operativi sui due fronti, con la Russia al posto dell’Unione sovietica, tutti i missili nucleari su navi o aerei.

Le accuse americane
Ora gli Stati Uniti accusano la Russia di avere infranto il vecchio Trattato Inf installando a Kaliningrad una postazioni di missili da crociera 9M729 (SS-C-8 in codice Nato) lanciabile da una variante della piattaforma mobile del sistema Iskander, precisa con dettagli Paolo Mauro su ‘Gli occhi della guerra’. Secondo le stime Nato il nuovo SS-C-8 russo avrebbe una gittata massima che cadrebbe tra i 500 ed i 5mila chilometri e avendo capacità atomica, violerebbe quindi le clausole del Trattato. La Russia avrebbe dispiegato già due battaglioni di questo sistema d’arma, riportano fonti americane dello scorso anno.

Le accuse russe
La Russia replica che lo sviluppo ed il dispiegamento del missile 9M729 (l’SS-C-8 per la Nato), è la risposta ad una prima violazione del Trattato Inf da parte americana. Secondo Mosca, infatti, Washington avrebbe violato gli accordi schierando in Europa un sistema di lancio per missili facilmente riconvertibile all’utilizzo di Glcm, quel Ground Launched Cruise Missile vietato. Si tratta del sistema antimissile americano Mk41 che è installato in Romania e che presto sarà operativo anche in Polonia. Il Mk 41, nella sua versione navale, è in grado di lanciare i missili Tomahawk: attacco oltre che difesa.

Chi ha ragione?
Stabilire un confine netto tra la ragione ed il torto in questi casi è sempre difficile -ammette lo specialista Paolo Mauro- vuoi per l’opinabilità delle accuse, vuoi per l’incertezza sull’utilizzo di sistemi d’arma versatili come l’Iskander russo o l’Aegis Ashore americano. Con tanti segreti in mezzo. Tentativo di ‘arbitrato’ giornalistico. L’Mk 41 Usa non è stato mai testato con i missili Tomahawk e non avrebbe “elementi essenziali per lanciare un missile da attacco terrestre”, ma lo sostiene l’ex vice segretario per la politica del Dipartimento della Difesa americano Brian McKeon. E’ anche vero che il sistema potrebbe essere rapidamente convertito.

Il caso giapponese
Nel corso della crisi nordcoreana a Tokyo si ventilava l’ipotesi di dotarsi di Tomahawk per effettuare un attacco di rappresaglia sulla Corea del Nord in caso di attacco missilistico. Sistemi di lancio Mk 41. Se il Giappone aveva preso in considerazione questa soluzione, è ragionevole presumere che il sistema Mk 41 possa essere ricondizionato per lanciare i Tomahawk in tempi ragionevoli, fattore che spiega i timori russi, la considerazione finale di Mauro. Contemporaneamente, la possibile riconversione di un sistema di lancio non rappresenterebbe una palese violazione del Trattato Inf.

Arbitro perplesso
Il dispiegamento in Europa del sistema antimissile Aegis e la successivo uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sui sistemi Abm, l’Anti Ballistic Missile nel 2001 ha causato una bella serie di problemi. Un batti e ribatti di sospetti sui due fronti, e una concatenazione di eventi che hanno portato all’attuale situazione di crisi che potrebbe essere ulteriormente esacerbata ora al comando Nato di Bruxelles. Se mai i ministri dei Paesi della sempre più incerta Alleanza Atlantica decidessero nelle prossime ore di stracciare il trattato Inf e di ritornare agli ‘euromissili’ di infausta memoria, lanciando così una nuova corsa agli armamenti, questa che ci vedrebbe direttamente coinvolti.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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