La scommessa dei Cinquestelle

LUIGI DI MAIO
SULLO SFONDO GIOVANNI TRIA

Roma, 29 settembre 2018 – “La manovra del popolo…cancellerà la povertà…il più grande piano di investimenti pubblici della Storia…” Sul linguaggio, nessuno stupore. Populismo e retorica sono sempre andati d’accordo. Nel merito della manovra non entro, anche perché delle promesse elettorali che Lega e Cinque Stelle hanno incluso nel “contratto”, certamente non con l’idea di dimenticarsene una volta al governo, si è già discusso per mesi con maggiore o  minore competenza, con accenti entusiasti o lugubri previsioni, raramente col distacco appropriato. Sapremo presto se l’importante decisione di questa notte, a parte la bocciatura da parte dell’Unione europea che tuttavia è data per scontata e senza serie conseguenze perfino dall’ex ministro Calenda, verrà accolta prima dai mercati e più tardi dai cittadini  come un irresponsabile salto nel buio oppure come una salutare frustata all’economia, capace di promuovere finalmente la crescita e la ripresa dell’occupazione. Molto, secondo me, dipenderà dalla fiducia, non soltanto da parte degli investitori stranieri a cui più spesso si fa riferimento, ma degli imprenditori e dei consumatori italiani che nella previsione gialloverde riprenderanno a investire e a comprare. E’ questa la scommessa (o l’azzardo) del governo, dopo l’evidente insuccesso di chi l’ha preceduto. Non c’è motivo di auspicarne il fallimento.

Resta tuttavia il sospetto che la forzatura impressa alla legge di bilancio dal vice presidente del consiglio Di Maio, quel suo aggrapparsi al “reddito di cittadinanza” come misura indispensabile per  contrastare la povertà abbia anche una motivazione egoistica nell’essere stato in questi ultimi mesi costretto all’angolo dalla demagogia xenofoba dell’altro vice premier, Salvini, e dalla prudenza tecnico-istituzionale del ministro Tria. Ma che la povertà rappresenti oggi un’emergenza è innegabile,  in un Paese con più di cinque milioni di abitanti in povertà “assoluta” e quasi altri dieci in povertà “relativa”. E al ministro del Tesoro che gli ricordava di aver giurato di esercitare le sue funzioni “nell’interesse esclusivo della nazione” avrebbe potuto rispondere che la stessa Costituzione su cui lui ha giurato, al fondamentale articolo 3 secondo capoverso, stabilisce che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Attuare compiutamente la Costituzione, è questo il programma di governo che la nostra classe dirigente italiana trascura da molto tempo a questa parte. Nel Partito democratico molti, a furia di sentirselo dire, hanno finito per persuadersi che destra e sinistra siano categorie ormai superate. Come i Cinquestelle, anche loro hanno pensato di sostituirle con quelle di innovazione e conservazione. Sbagliando, perché si può cambiare in peggio come conservare in meglio. Destra e sinistra non sono la stessa cosa, non sono la stessa cosa l’aumento e la riduzione delle disuguaglianze sociali, la progressività fiscale e la riduzione delle tasse per tutti. Non sono la stessa cosa, per una vera giustizia sociale, l’aumento o la riduzione della spesa  destinata ai servizi pubblici o a favorire l’occupazione. E per quanto riguarda il pasticcio governativo in atto, se si possono considerare di sinistra misure come il reddito di cittadinanza o la lotta al privilegio anche quando riguarda i politici, non si può certo dire lo stesso per il condono o la Flat Tax.

Dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt in poi non si può considerare neutrale neppure la politica di bilancio, così come lo scambiare per leggi di natura i vincoli posti alla politica economica di uno Stato o di una comunità di Stati dai poteri economici finanziari e dalle agenzie di rating. Nascondere la realtà del conflitto sociale e proclamare una presunta fine delle ideologie è dato come segnale  di modernità. In realtà è servito in questi anni a confondere le idee agli sprovveduti da parte di chi, magari dietro le quinte della politica, manteneva le redini del potere. Quando ha dovuto allentarle per i danni causati alla coesione sociale dalle politiche fieramente conservatrici di Reagan, Thatcher, Sarkozy o Berlusconi, lo ha fatto prendendo sotto la sua protezione il neoliberismo moderato di Obama, Blair, Macron o Renzi. Ora però le “convergenze parallele” di Lega e Cinquestelle, certo molto diverse da quelle che aveva ipotizzato Aldo Moro, sembrano voler proporre misure alternate, di destra e di sinistra con il medesimo esecutivo. Non è facile immaginare che possa durare davvero a lungo, ma per non aggravare la confusione sarà meglio che i giornalisti imparino a distinguere nel merito senza lasciarsi condizionare, come purtroppo avviene attualmente, da quei pregiudizi ideologici che si danno per tramontati.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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