La strage invisibile dei sauditi

Mentre i governi europei, Italia compresa, discutono ancora (con molta discrezione e nell’indifferenza dei media) se continuare a vendere o no le loro armi all’Arabia Saudita (nandocan).

***di Ennio Remondino, 21  settembre 2018 – Yemen, vita impossibile, bombe, epidemie e fame. La strage invisibile dei sauditi. Oltre 5 milioni di bambini nello Yemen a rischio della vita. «Milioni di bambini non sanno se e quando avranno un altro pasto», denuncia Save the children. Testimoni attoniti di come nei pochi ospedali funzionanti trovi bambini erano troppo deboli per piangere, i corpi esausti dalla fame. Questa guerra rischia di uccidere un’intera generazione di bambini in Yemen che affrontano diverse minacce, dalle bombe alla fame, fino a malattie prevenibili come il colera. Valutazioni internazionali parlano di 20mila morti, ma le statistiche sono ferme da tempo. Solamente nel mese di agosto, secondo quanto l’Oxfam, sarebbero state uccise più di mille persone, tra cui almeno 300 bambini.

Indignazione umana distratta
Dall’Unicef dati ancora peggiori: 11 milioni di bambini -l’80% del Paese- che hanno bisogno di assistenza umanitaria. Paese sull’orlo del collasso, Yemen far west. Tutti, in ogni momento della giornata, possono finire nel mirino del nemico. Un triste capitolo della diplomazia fatta di accordi sotto banco, doppiezze, ipocrisia. Quanti bambini devono ancora morire per un’ammissione di complicità da parte delle potenze che alimentano questa guerra da oltre tre anni? È la domanda dei pochi testimoni sul campo. Prove di crimini di guerra perpetrati regolarmente, responsabili noti, ma l’indignazione planetaria, sollecitata ad altre mobilitazione politicamente più utili, ancora non si riscuote.

Le bombe occidentali
Proprio in questi giorni, diversi Paesi europei -Italia compresa- stanno discutendo se vendere o no le bombe all’Arabia Saudita. Dopo la clamorosa retromarcia della Spagna, annota Matteo Carnieletto su ‘Gli occhi della guerra’, la Germania ha deciso continuare a vendere armi a Riad. La prima spedizione di armi tedesche a Riad da marzo, quando il governo della cancelliera tedesca Angela Merkel aveva annunciato un bando alla vendita di armi ai Paesi coinvolti nella guerra in Yemen. Ora la regressione per problemi di politica interna. Elisabetta Trenta, ministro italiano alla difesa. sulle bomba montate in Sardegna, vendute a Riad e lanciate sullo Yemen, scarica sugli esteri la responsabilità dell’autorizzazione alla vendita, e prende le distanze dalle decisioni dei precedenti governi.

Divieti, trucchi e convenienze
Le legge 185 del 1990 vieta esplicitamente la vendita di armi a «Paesi i cui governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti dell’uomo». L’Arabia Saudita rispetta i diritti umani? Alleato politico (e petrolifero) occidentale/americano, diventa difficile e/o poco conveniente riconoscere la verità. E quindi, o silenzi, o trucchi (società estere che lavorano in casa nostra, “non siamo noi”). Ma alla fine, concludi di fronte ai dati di Save tha children, il vero problema dello Yemen non sono le bombe. O, almeno, non sono il principale problema. Ad uccidere di più sono ora i figli dannati della guerra: la carestia, il colera e la fame. Da tempo l’Arabia Saudita sta portando avanti un vero e proprio assedio umanitario per cercare di piegare la popolazione dello Yemen. Un assedio che ha provocato la diffusione di malattie e di malnutrizione che hanno colpito essenzialmente i civili.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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