Sindrome SIDI

Proporre la segnalazione civica, come fa Massimo, è cosa buona e giusta, ma a Roma è un po’ come proporre l’università a chi è ancora alle elementari. A me basterebbe quel poco di educazione che basta per non gettare cicche, cartacce e ogni genere di sporcizia per terra o non lasciare i rifiuti fuori dei cassonetti anche quando sono vuoti (che per la verità capita di rado). Insomma mi preoccupa il sistema italico di disinteresse ind…ecente, da parte dei cittadini come (diciamolo) da parte di qualche operatore dell’AMA. (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 21 settembre 2018 – Sono passato ancora una volta in una via sporca di Roma, in un quartiere centrale (Prati), con l’erba che spuntava dall’asfalto ormai alta e mai estirpata. Ho sentito salire un senso di vergogna, ma subito è scattato in me il “sistema italico di disinteresse indignato” (SIDI). Ovvero, quella sindrome, che ci fa arrabbiare se vediamo il degrado, ma che non si traduce in nessuna manifestazione attiva di protesta.

Per anni di attivismo, pensavo di essere immune dal Sidi e invece davanti a quelle erbacce stavo tirando avanti, senza partorire altro se non maledizioni per chi avrebbe dovuto pulire e non lo aveva fatto. Poi, ho pensato che se non avessi fatto qualcosa per reagire a quel degrado, ne sarei stato complice. Ho segnalato la cosa al servizio AMA (municipalizzata addetta alla pulizia), cosa possibile solo dopo essersi registrati nel loro sito e aver seguito un percorso che porta alla fine all’invio della segnalazione. Insomma, ci ho perso un po’ di tempo.

Ecco, io credo che proprio questo “tempo civile” – quello della segnalazione civica – sia ciò che noi italiani non vogliono dare. Siamo pronti a maledire comuni, governi, partiti, ma raramente siamo disposti a trasformare un’indignazione in una comunicazione pubblica. Cioè, in un gesto di partecipazione politica. L’unico modo per guarire dalla sindrome Sidi.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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