Prima i giovani (e il controllo)

Alle seguenti, opportune considerazioni di Massimo vorrei aggiungere che “tagliare gli sprechi”, come Salvini e Di Maio dicono di voler fare, vuol dire il più delle volte tagliare dei privilegi. Nessuna delle riforme economiche previste dal “contratto” fra Lega e Cinque Stelle  potrà mai realizzarsi senza dotarsi di strumenti legislativi e amministrativi concreti per una vera lotta alla corruzione, alle mafie, al lavoro nero e all’evasione fiscale. Per esempio, non si può contemporaneamente promettere la spending review e alzare la soglia del contante negli scambi commerciali, come ha fatto il governo Renzi. E questa coerenza comporterà inevitabilmente lo scontento di una parte dell’elettorato, viziata fino ad oggi dalla scarsa determinazione, per non dire con la complicità, delle precedenti amministrazioni. I pesci, specie se quelli grossi, non si pescano con le mani (nandocan).  

***di Massimo Marnetto, 18 settembre 2018 – Ho 64 anni e quei pochi fondi pubblici che ci sono, vorrei che fossero utilizzati per il lavoro dei giovani, non per farmi andare in pensione prima, a spese loro. Ci sono gli organici di importanti istituzioni pubbliche che sono carenti, fino a minarne il funzionamento. Invece di usare soldi pubblici per rivedere la legge Fornero, utilizziamoli per assumere le risorse che possano farle funzionare meglio. Ad iniziare dalle competenze per i controlli.

Per esempio, ci sono pochi ispettori del lavoro e questa penuria è fortemente corresponsabile delle morti nei cantieri, proprio per la certezza che un controllo è un evento remoto. Manca personale nel controllo del sistema tributario e questo è un messaggio molto chiaro agli evasori: rubate tranquilli, perché non abbiamo chi possa stanarvi. Lo stesso crollo del ponte Morandi è stato causato anche dalla mancanza di fondi per garantire pubblici controlli della sua sicurezza. E si potrebbe continuare in altri ambiti, per dimostrare che rimettere in efficienza solo le attività di controllo, garantirebbe migliaia di posti di lavoro vero e una qualità di convivenza più alta.

Ripartiamo dai giovani e dalla cultura della responsabilità verso i doveri (grazie al controllo).
Ripartiamo da un Paese che vuole rialzarsi valorizzando i giovani in gamba. Che sono pronti e hanno bisogno solo di serietà e opportunità.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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