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La Valle: Salvini è già sconfitto

Troppo ottimista La Valle? Forse. Qualcuno potrebbe osservare che a giudicare dai sondaggi che lo premiano e dalla brutale arroganza di tanti commenti nei social, non si tratta soltanto di Salvini e che ancora troppi italiani non sono quelli che vorremmo che fossero. Potrebbe aggiungere che ambiguità persistono nell’elettorato dei Cinque Stelle. E che se si trattasse soltanto di Salvini, la raccolta di firme sul web, che pure ha già ottenuto la bella cifra di quasi centomila adesioni, troverebbe in Parlamento ben più delle 63 firme di parlamentari indispensabili per depositarla. Io invece penso che Raniero faccia bene, in questo articolo che invito a leggere integralmente, a dichiarare la sconfitta del ministro dell’Interno. E non tanto perché la speranza è per i cristiani a cui si rivolge una virtù teologale – spes contra spem, amava spesso citare un maestro che abbiamo avuto in comune, Giorgio La Pira – ma perché se è la pancia oggi a condizionare prevalentemente l’orientamento politico, allora l’entusiasmo della fede per chi crede, e l’ottimismo della volontà per tutti, finiranno per pesare di più, forse molto di più, che il pessimismo della ragione (nandocan)

***di Raniero La Valle, 18 luglio 2018* – Salvini è già sconfitto. La sua controrivoluzione è fallita. Il vero proposito di Salvini, la sua vera promessa all’elettorato dell’Italia della paura, non era infatti di centellinare gli immigrati spartendoli tra i vari Paesi europei, ma era di fermarli ai confini del mare e bloccarli nelle loro prigioni arretrate; voleva difendere, come diceva, i cinquecento milioni di europei dall’invasione di questi stranieri, dopo che “a casa loro” li avevamo depredati di tutto.  Non gli è riuscito, e la debolezza delle sue prove di forza (porti chiusi e navi ferme) dimostra che non ci riuscirà, né lui né alcun altro stratega dell’apartheid europeo come lui. Non ci riusciranno per il semplice fatto che i presunti invasori, invece di arrivare con armi e bastoni per forzare le frontiere d’Europa, si fanno salvare da noi.

Se giungessero brandendo una spada, come i Goti, gli Unni e gli altri Barbari, o correndo il mare con ben armati vascelli, come fecero i Turchi, sarebbe una festa per i difensori della bianca Europa e i buttafuori del mondo libero: li farebbero fuori tutti, ben addestrati al genocidio come siamo, ma in modo politicamente corretto, con la “guerra giusta” e il diritto internazionale in mano.   Del resto questo l’Occidente si era preparato a fare quando, venuta meno la minaccia del cosacco da est, ha cambiato nemico, ha rinominato l’arabo come nemico,  ha predicato la crociata contro Stati canaglia e terroristi, ha dato alla NATO una competenza militare globale, e ha orgogliosamente proclamato la guerra perpetua, la giustizia infinita e il nuovo secolo americano. Tutto inutile: I nemici vengono con le magliette rosse, per farsi trovare nella notte, i bambini come gemme catarifrangenti  si fanno salvare.

A che serve la NATO? Trump non vuole più pagarne nemmeno le spese. L’assurdo (o la beffa?) è che, sgominate le navi delle ONG, le navi militari da intercettare perché piene di nemici e diffidate dall’avvicinarsi ai nostri porti e alle coste, sono ora quelle della Marina militare italiana. La controrivoluzione volta alla conservazione e al ripristino del vecchio ordine dell’Europa sovrana, sta in realtà facendo esplodere le contraddizioni del sistema. Salvini con i profughi, la May con la Brexit, Trump con i dazi, i Cinquestelle con il lavoro stanno mostrando che il re è nudo. Quell’ordine che è stato instaurato dopo la fine della guerra fredda si è rivelato del tutto sbagliato e ora la brutalità dei “populismi”  lacerando  le vesti che lo ricoprivano, senza poter fornirgliene di nuove, mostra tutta la violenza di un sistema non più sostenibile, che va profondamente mutato.

La sconfitta di Salvini sta in questo, che finché  le politiche di abbandono e respingimento dei profughi, di discriminazione dello straniero e di mors tua vita mea rispetto agli esuli  della miseria e della fame erano praticate con il conforto delle  buone maniere e delle pie intenzioni dei partiti moderati, dei regolamenti di Dublino o di Marco Minniti, erano spensieratamente accettate; ma l’Italia non è abbastanza crudele da praticarle in recto, in nome dell’ideologia settaria e con  le motivazioni spietate di Salvini; si ha un bel dire che le foto tragiche diffuse dai buonisti sono delle fake news, che andare alla deriva nel Mediterraneo è una crociera e che a salvare i profughi ci si guadagna, ma i bambini annegati sono bambini, i morti sono morti, le prigioni libiche sono prigioni e le torture sono torture, e che questo sia causato e voluto da noi l’Italia non lo può reggere; che agli agonizzanti che si attendono salvezza dal mare un governo notifichi che i porti italiani non li vedranno neanche in cartolina, è cosa di una efferatezza che non può non suscitare una crisi di rigetto e di sdegno oltre ogni calcolo politico.

Perciò anche la coscienza del Paese si sta risvegliando, ripensa alle nostre responsabilità del passato e la reazione etica ed emotiva cresce, si manifesta in forme di protesta e dissociazione politica inedite. Questo induce a pensare che il governo non possa durare. Tanto meno si può tenere in vita un governo finché inondi di armi l’Italia con il pretesto della legittima difesa.   Ma prima che sia Salvini a farlo cadere per potersi atteggiare a vittima e averne in compenso un lucro elettorale, sarebbe bene che fossero l’elettorato e i dirigenti dei Cinque Stelle a porre la questione morale e a pretendere di “restare umani”, salvando così una riserva per il futuro della Repubblica, l’unica possibile finché  c’è il deserto a sinistra e al suo elettorato non sia tolto il sequestro che lo paralizza.

E dopo si tratta di costruire il nuovo, incluso il diritto umano universale di migrare e l’assunzione in positivo, come strutturale, della questione dei rifugiati. All’opera dovranno mettersi molteplici forze culturali e politiche, non solo in Italia ma nell’impeto di  un grande movimento internazionale. È difficile dire in tre righe quale dovrebbe essere il loro programma; lo diciamo perciò con le parole di Gianni Vattimo sul Corriere della Sera del 12 luglio: “Se noi seguiamo con attenzione la predicazione di papa Bergoglio capiamo facilmente che sta lavorando per realizzare un grande cambiamento”; e il cambiamento è quello di “una trasformazione  radicale dell’attuale quadro sociale ed economico”; e se il papa è  “l’unica figura” mondiale che oggi l’ispira, com’è ovvio il compito è nostro. Vattimo sarà pure il filosofo del pensiero debole, ma questo di certo è un “pensiero forte”.

*il grassetto è, come sempre, di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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