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Africa, continente che insegna l’accoglienza all’Europa

***di Alessandro Fioroni, 7 luglio 2018 – Africa a sorpresa. E’ il continente che accoglie più migranti nel mondo.

Africa ed Europa. Il trattato di Dublino certo va cambiato ma su questo non esiste una linea comune. Non c’è intesa sui ricollocamenti, con i paesi del gruppo di Visegrad, ai quali si sono accodati Austria e Italia, da un lato. Mentre dall’altro si trovano Francia, una Germania sempre più divisa e la Spagna.
L’unica cosa su cui i governi europei sono stati in grado di trovare un’intesa è la creazione di partenariati per la migrazione con i paesi africani. Questi accordi si concentrano sul rafforzamento delle frontiere, sulla riduzione delle partenze e sull’aumento del numero di rimpatri di migranti che cercano di attraversare l’Europa. La prova sta nella pioggia di soldi che sta arrivando in Niger. Gli esiti, nonostante le partenze di migranti siano notevolmente diminuite, restano incerti.

Un’altra storia. Ma esiste un altro racconto e un’altra realtà che l’Europa dovrebbe osservare attentamente. Se è vero che la maggioranza dei migranti proviene dall’Africa , in realtà è proprio questo continente che accoglie più migranti e rifugiati che in ogni altra parte del mondo, inoltre si stanno sperimentando soluzioni di accoglienza innovative che cominciano a dare i loro frutti.
L’ Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi ha recentemente affermato che: «coloro che gridano su un’emergenza di rifugiati in Europa o in America dovrebbero visitare le comunità africane che danno rifugio a milioni di persone con risorse limitate». Ad esempio paesi con un pil enormemente più basso rispetto all’Europa come Etiopia, Kenya e Uganda, ospitano circa 2,8 milioni di rifugiati. Più dell’intero numero di arrivi in tutti i 28 stati membri della Ue nel corso della cosiddetta “crisi dei rifugiati”, nel 2015-2016.

Il caso Uganda. In questo senso il caso dell’Uganda è emblematico. Contrariamente ad altri paesi poveri africani (e all’Europa) ai rifugiati viene concesso il diritto al lavoro e la libertà di movimento. Ciò ha consentito alla stessa nazione ugandese di migliorare la propria economia. Si pensi soltanto ai rifugiati rurali che possono coltivare terre abbandonate per sostenersi. Una pratica definita “strategia” dell’autosufficienza. Un approccio che non è stato abbandonato neppure di recente quando, a causa dei conflitti in Congo e sud Sudan, il numero dei rifugiati ha raggiunto 1,4 milioni. Nonostante ciò però l’arrivo di nuovi ospiti ha fatto sorgere nuove città e creato altri mercati nei quali lavorano anche gli ugandesi.

Il Kenia sperimenta un nuovo modello. Anche in un paese come il Kenia (500.000 rifugiati), dove vigono leggi molto più restrittive per i migranti circa il lavoro e la possibilità di spostarsi, il governo ha avviato un progetto in un campo profughi nella zona ad est di Kalobyei. Qui maggiori opportunità nel lavoro della terra stanno facendo nascere nuove imprese e opportunità di lavoro per tutti. Una tendenza registrata anche dall’aumento dei redditi.

L’Etiopia punta sui rifugiati. In Etiopia vivono ben 900.000 rifugiati ma nonostante questo numero sia in costante aumento si stanno implementando politiche basate, anche in questo caso, sul lavoro autosufficiente e la libertà di movimento. Si prevede già dal 2019 la creazione di zone industriali che per un impegno preso dal governo nel 2016, porteranno posti di lavoro.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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