Non è l’Europa

Insieme all’Appello di padre Alex Zanotelli che invita a rompere il silenzio dei media (e talvolta anche la disinformazione, aggiungo io) sulle tragedie africane, vi invito oggi a leggere la newsletter di Raniero La Valle sull’inarrestabile declino dei valori europei sui quali era stata fondata l’Unione. Da parte mia sono certo che la FNSI, dopo avere ospitato ieri un importante convegno sulle gravi lacune dell’informazione italiana sui temi dell’immigrazione, non lascerà senza risposta l’invito che padre Zanotelli esplicitamente le rivolge perché prenda un’iniziativa capace di richiamare l’attenzione di tutti i colleghi sull’urgenza di un cambio di verso al riguardo (nandocan)   

***di Raniero La Valle, 3 luglio 2018 – C’è un appello ineludibile del missionario Alex Zanotelli a ricordarsi dell’Africa, ad aprire gli occhi sulla disperazione dell’Africa, a squarciare la cortina di silenzio che nasconde il dolore del continente che noi abbiamo depredato e che l’Europa vorrebbe ora trasformare in un immenso campo di detenzione in cui sigillare e stremare i suoi abitanti perché non si azzardino a passare il mare per venire a disturbare i sonni delle fratricide borghesie europee.
L’Europa ha consumato il suo proprio rinnegamento, ha proclamato a gran voce ciò che già era senza confessarlo: un tempio di cambiavalute chiuso alle genti e presidiato alle porte da guardiani armati e buttafuori governativi.
Questo è stato alla fine il risultato dell’iniziativa brutale di Salvini, fino al paradosso che mentre egli chiedeva la redistribuzione in Europa dei migranti arrivati in Italia, nella sua stessa logica, in nome della sua stessa cultura egoistica del “verboten” e dello scarto, è stato chiesto all’Italia di riprendersi i profughi che dall’Italia erano riusciti a passare in Germania o in altri Paesi. È la perenne lezione della violenza: quando si usa violenza c’è sempre una violenza più forte e più incisiva che prevale.
L’Europa, chiamata a pronunziarsi sulla rivoluzione migratoria dalla forte iniziativa italiana, ha scelto, senza se e senza ma, la controrivoluzione, da Macron a Seehofer a Salvini ai Paesi di Visegrad. Frontiere chiuse e avviso ai naviganti di lasciar perdere in mare i naufraghi (anche i bambini dei papà, come direbbe Salvini) o di destinarli alle motovedette penitenziarie libiche. Nello stesso tempo l’Europa rimetteva a intese volontarie tra i singoli Paesi un’eventuale ricollocazione dei profughi tra loro. In quell’istante nel vertice di Bruxelles finiva l’Unione Europea e restava un’unione intergovernativa europea, singoli Stati sovrani correlati da intese e trattati tra loro. Finiva l’Europa ma restava l’euro: lui, l’unico sovrano. E da questo momento in poi il problema non ê più quello di uscire dall’euro, ma di farvi entrare l’Europa.
Si è avverato così ciò che era stato predetto da molti, e in particolare tra noi da Luigi Ferrajoli: un’unione monetaria senza una democrazia politica è destinata a fallire.
Ma l’Europa che chiude porti e frontiere, che fa la controrivoluzione con campi di espulsione e di detenzione (di “ancoraggio”!) dentro e fuori i confini del proprio territorio, è veramente l’Europa, è cioè quella “idea d’Europa” che corrisponde all’immaginario di un italiano, di un francese, di un berlinese quando sente parlare d’Europa?
Noi, quando diciamo Europa, inevitabilmente pensiamo alla “piccola Europa”, quella di Altiero Spinelli, di De Gasperi, Schumann, Spaak, Adenauer, che nacque sulla spinta ideale del superamento dei conflitti culminati nella seconda guerra mondiale. Era un’Europa figlia della Resistenza e dell’antifascismo, aveva le stesse origini della Costituzione italiana, per questo le due andavano d’accordo. Essa escludeva l’Est, nata com’era a ridosso della cortina di ferro, era parte integrante della NATO, incorporata nel sistema Occidente. Noi ne lamentavamo la ristrettezza e il settarismo atlantico, ma le culture erano omogenee, le classi politiche di governo pensavano allo stesso modo.
L’Europa dei 28 ha invece una tutt’altra origine, nasce dal capitalismo vincente che si è proclamato globale alla caduta del Muro, si è europeizzato a Maastricht e con Prodi ha integrato nell’Unione Europea e nel sistema Occidente i Paesi dell’Est, precipitosamente sottratti all’influenza russa (intesa come ex-sovietica). Questa Europa, figlia di un’altra storia, non ha parentele con la Costituzione italiana, e si vede. Non è che da noi ê venuto meno l’europeismo, è l’Europa che non si trova più.
A questo punto deve essere chiaro che se la partita politica è importante, quella culturale lo è ancora di più. Perciò il magistero del governo è pericoloso, e gli eventi seguiti al 4 marzo ne portano la responsabilità. Ora infatti tutto deve essere cominciato di nuovo e la cultura che abbiamo perduto o stiamo perdendo, quella che un tempo fu l’anima dell’Europa e anche nostra, dovrà essere il primo scalino per salire a una nuova cultura, a un’anima più dilatata e fraterna.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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