Pd: cambiare uomini e nome

Siena, Pisa, Massa al centrodestra. Più che lo sfondamento del centrodestra a guida leghista nell’elettorato del Pd, come ipotizza oggi Massimo Franco sul Corriere della sera, propendo per un riflusso moderato dal partito dopo l’infelice tramonto dell’avventura renziana. C’è chi, come Calenda, prova oggi a rimpiazzarla con un #fronterepubblicano, sognando Macron. Ma l’elettorato di sinistra se n’è  andato, per disperazione, da un pezzo: tra gli astenuti, nei Cinquestelle, un po’ al nord nella lega (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 25 giugno 2018 – Altra devastante batosta per il PD ai ballottaggi, soprattutto nelle (ex) regioni rosse. Si continua a dire che occorre una riflessione sui risultati disastrosi nazionali e locali; che solo con un’autocritica profonda e consapevole si possono gettare le basi del rilancio del partito. Forse è così, ma io credo che siamo arrivati al punto di irreversibilità del processo di disgregazione.

L’unica speranza per un grande partito di sinistra è azzerare. Cambiare uomini e nome. Aprire al vasto giacimento di energie sociali composto dall’attivismo e ripartire, con programmi chiari di giustizia sociale e una nuova credibilità basata sulla rinuncia dei privilegi. Basta mettere bende sul pus. Occorre scoprire la ferita, grattare via lo sporco e lasciarla pulita al sole.

La destra sta investendo su paure non vere ma percepite, come l’invasione di migranti e rom (inesistente), la crescita dei reati (in calo), ecc.
La sinistra invece deva fare l’opposto: segnalare rischi veri, ma non percepiti, come la fine del welfare, la concentrazione della ricchezza a causa della demonizzazione del fisco, lo svuotamento delle tutele nel lavoro, istruzione, cultura.

Non c’è tempo da perdere.
E aspettare che Renzi e i suoi ammettano i loro errori è perdere tempo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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