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Chiudere i campi rom? “Più facile dirlo che farlo”

Nel mio editoriale ho accennato alle difficoltà che si incontrano sulla strada del superamento dei campi Rom. Nell’articolo che segue, il Redattore sociale spiega come e perché a ostacolare una soluzione non ci sia soltanto il cinismo della Lega e del suo leader (nandocan)

*** da Redattore Sociale del 19 giugno 2018 – Prima il sindaco di Milano Giuseppe Sala e ora il ministro dell’Interno Salvini annunciano la linea dura contro i rom. Siamo andati a vedere che fine hanno fatto le 24 famiglie italiane sgomberate nel 2016 dal campo comunale di via Idro: solo tre vivono in una casa, altre hanno occupato alloggi popolari o vivono in un camper

MILANO – L’ha annunciata il sindaco Beppe Sala a fine maggio. L’ha ora promessa il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con un’attenzione speciale su Milano. Linea dura verso i rom, con sgomberi e chiusura dei campi. Anche quelli regolari, istituiti dal Comune nei decenni scorsi. A Milano i campi autorizzati sono cinque, abitati da 642 persone: via Bonfadini (182 persone), via Impastato (36 persone), Chiesarossa (271 persone), via Martirano (50 perIl sone), Negrotto (103 persone). Il sindaco ha spiegato che si partirà con lo smantellamento di quello di via Bonfadini. Anche se, spiegano in Comune, “da poco si è cominciato a ragionare” su questa operazione e “in ogni caso non ci saranno grossi e improvvisi sgomberi”. Un conto sono gli annunci, un conto è metterli in pratica: “L’idea è quella di andare verso un progressivo alleggerimento proseguendo con percorsi di autonomia e progetti di inclusione per gli attuali abitanti dei campi. Sarà un percorso lungo che richiederà tempo”. Anche perché non è vero che con il “superamento” dei campi (come viene ora definito uno sgombero), non esista più una “questione rom”.

Nel 2016, con la Giunta Pisapia, è stato chiuso il campo comunale di via Idro. Che fine hanno fatto le 24 famiglie che l’abitavano? La risposta è piuttosto desolante: solo tre vivono in una casa, ottenuta dall’Aler perché erano già in lista d’attesa. Otto sono ancora in uno dei centri (Ceas. Casa della Carità, Centro di emergenza sociale) offerti dal Comune come alternativa alla strada. Due sono tornate a vivere in camper, due hanno occupato una casa popolare e una ha trovato ospitalità in un appartamento di parenti. In tutto sono 17, ne mancano all’appello altre sette, di cui però nessuno sa più nulla.

La mappatura del destino a cui sono andate incontro le famiglie rom di via Idro è stata realizzata dal Naga, associazione di medici volontari, che sta valutando di presentare al Tribunale di Milano un ricorso per discriminazione contro il Comune di Milano. “Sono famiglie passate da una condizione in cui avevano una piazzola assegnata dal Comune a una situazione precaria -spiega Pietro Massarotto, presidente del Naga-. La loro vita è peggiorata. Hanno perso la casa, in qualche caso anche quello che c’era dentro, e il legame con il territorio. Nessuno ha trovato un lavoro, nonostante le promesse del Comune. Sono cittadini italiani e sono stati trattati peggio di come sarebbe stato trattato qualsiasi altro cittadino che avesse dovuto lasciare la casa, per ordine stesso del Comune”. Due le ragioni per cui la Giunta Pisapia approvò, nell’agosto del 2015, la delibera di chiusura del campo di via Idro: perché era in una posizione soggetta alle esondazioni del Lambro e perché alcune famiglie erano coinvolte in attività criminali. Di fatto per tutte le famiglie la chiusura del campo ha creato un nuovo problema, che prima non avevano: quello della casa.

Un anno dopo la chiusura di via Idro, nell’aprile del 2017, don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità e consigliere del Ceas, ha protestato pubblicamente, accusando il Comune di non aver mantenuto le promesse. In particolare, non ha voluto equiparare la chiusura del campo a uno sfratto. Avrebbe permesso alle famiglie rom di avere più punteggi nell’assegnazione di un alloggio popolare. Troppo imbarazzante per un’amministrazione comunale, che sarebbe stata sommersa di critiche da parte dell’opposizione e, molto probabilmente, di una buona parte della cittadinanza. E così le cinque famiglie ospiti di Casa della carità e Ceas sono ancora lì. (dp)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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