Rimpatri.Trasformare la frustrazione in riscatto

***di Massimo Marnetto, 18 giugno 2018 – Lieto fine per l’Aquarius, ma il problema migranti rimane ancora senza una soluzione adeguata alla sua complessità. Che si fa con chi viene salvato in mare, ma non scappa da una guerra? O con chi viene respinto nelle Strutture-filtro (hotspot) di terra, come quella in Niger, perché non ha i requisiti per l’asilo?

Manca ancora la “filiera” delle azioni, mirate a un piano per trasformare il respingimento in rientro duraturo.
Il rimpatrio dovrebbe essere il primo atto di un percorso di apprendistato e lavoro di pubblica utilità da svolgere nella nazione di provenienza, nell’ambito di progetti di collaborazione europea. Così, “aiutarli a casa loro” non sarebbe più uno slogan, ma l’avvio di progetti di cooperazione-formativa, dove i fondi devono servire non solo a coprire i costi dell’opera, ma anche a formare i rimpatriati – in aula e in cantiere – fino a professionalizzarli per contribuire a realizzarla come edili, falegnami, elettricisti, idraulici, ecc.
Insomma, chi rientra non deve sentirsi un fallito, ma una persona che ha un’altra opportunità per scappare dalla miseria, sena scappare dalla sua terra, grazie al bagaglio di formazione e opportunità per cambiare il proprio destino con il lavoro. Certo, le opere costruite con l’inserimento di manovalanza in formazione sarebbero più lente e più costose, ma lascerebbero nelle regioni più povere – specie sub-sahariane  – non solo pozzi, scuole, presidi sanitari rurali, ma anche la cultura della dignità del lavoro e l’orgoglio identitario per aver contribuito a costruirle.
Trasformare la frustrazione in riscatto è l’unica duratura motivazione per non tentare ancora la traversata del Mediterraneo. Solo se si ha la speranza  di ricominciare a vivere con il proprio lavoro e di essere stimati dal proprio gruppo, si rimane. E’ questo insieme di micro-progetti individuali la priorità da inserire nei nuovi macro-progetti pubblici di cooperazione.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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