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Altri 8 caccia F35 alla chetichella

A proposito della proclamata difficoltà a reperire entrate di bilancio e di provvedere alla riduzione della spesa pubblica. La denuncia dell’Osservatorio Mil€x sulle spese militari. 150 milioni di euro l’uno il costo medio reale calcolato della Corte dei Conti. -Da 22 jet entro il 2021, ora si passa a 30 velivoli. La follia di 90 a fine programma. La firma della ex ministra fuori tempo massimo.(nandocan).

***da RemoContro, 7 giugno 2018 – Cacciabombardiere invisibile dai costi terribilmente reali. Altri 8 caccia F35 alla chetichella, quasi di nascosto. Secondo l’Osservatorio sulla spesa militare Mil€x, il Pentagono ha firmato con la Lockheed Martin un nuovo contratto che contiene anche l’ordine italiano. Versato un acconto di 10 milioni di euro. I velivoli prenotati si vanno a sommare a quelli già acquistati dalla Difesa. I dati noti, a questo proposito sono discordanti. Un totale di 26 per Luca Liverani su Avvenire. Da 22 jet entro il 2021, a 30 velivoli, per Rachele Gonnelli, su Il Manifesto.
La notizia dell’ordine arriva mentre a Washington il Congresso avverte la Difesa Usa di non procedere all’acquisto definitivo finché non siamo risolti tutti i problemi tecnici del mezzo. «Imbarazzante» e «patetico», per il Times di Londra il volo inaugurale dei primi caccia supersonici F35 consegnati dalla Lockheed Martin alla Royal Air Force. È bastato un po’ di pioggia e il volo dalla Carolina del Sud alla base di Marham nel Norfolk è stato annullato.
Gli stessi modelli di jet a decollo verticale che l’Italia ha recentemente comprato in blocco – la notizia svelata oggi – aumentando in modo non ancora accertato il già costosissimo programma di ammodernamento della flotta di cacciabombardieri tricolori. 730 milioni di dollari nelle ultime previsioni della Corte dei conti.

Mil€x, Osservatorio sulle spese militari. Secondo Mil€x, gli 8 aerei dovrebbero costare 730 milioni di dollari, ma le previsioni sono contestate da molti esperti del settore: 85 milioni di dollari per ciascun aereo per la versione convenzionale, che arriva a 110 per quella con decollo verticale dalle navi. Ma il costo complessivo secondo stime più realistiche ci dice di 150 milioni di dollari per la versione convenzionale e 180 per quella ‘navale’. Ed il costo sale a circa 1,3 miliardi di dollari. «Per rendere pienamente operativi i velivoli pre-serie già consegnati e quelli in prossima consegna sarà necessario aggiornarne il software, spendendo – sostiene l’Osservatorio Mil€x – «circa 40 milioni di dollari in più per ciascun aereo».
Sintesi dei fatti noti: l’Italia nel frattempo ha già ricevuto 10 JSF: all’Aeronautica ne sono stati assegnati 9 e 1 alla Marina. Il costo complessivo finale -valutazione su Avvenire- almeno 14 miliardi di euro, di cui 4 già pagati. Il Programma, secondo i calcoli dell’ultima relazione disponibile della Corte dei Conti, dovrebbe produrre ricavi per l’industria nell’ordine del 57% dei costi sostenuti, con una ricaduta occupazionale di circa 1.500 posti di lavoro, tra i 900 a Cameri, di cui almeno 600 precari. Ben lontani dai 6.400 posti di lavoro promessi inizialmente da Difesa e industria.

Quei tagli aeronauti promessiCosti e reale opportunità strategica dell’oneroso programma hanno mobilitato più volte società civile e partiti. 2014 alla Camera una mozione del Pd passata anche grazie all’astensione di Sel, Lega e Movimento 5 Stelle, impegnava il Governo Renzi a tagliare del 50 per cento il finanziamento complessivo del programma. Dagli iniziali 131 F-35 previsti si era passati a 90 aerei in tutto, era stato l’impegno. La mozione -è l’accusa di pacifisti e dintorni- fu poi di fatto ignorata dall’allora ministro della Difesa, la dem Roberta Pinotti. Peggio, scopriamo dal rapporto Mil€x, che la firma del nuovo ordinativo italiano è del 25 aprile, ministra in uscita e soltanto per ‘ordinaria amministrazione’.
La Corte dei conti, nella relazione sulla spesa per gli F35 dell’anno scorso, metteva in guardia da vari inconvenienti, tra cui -ad esempio- lo scarso impatto occupazionale (solo 6.300 posti di lavoro come picco nel 2019). Altro problema segnalato dalla Corte, il continuo aumento dei costi di sviluppo del progetto, oltre il 50% nella fase di sviluppo, con «errori e carenze di progettazione». Soprattutto per il tanto decantato e mai garantito «decollo verticale» scelto dalla marina italiana. Ma questa fase che prevedeva gli aggravi di costo a carico del partner statunitense, è finita a maggio. Roberta Pinotti invece di sottrarsi a ulteriori acquisti, ha preferito comprare il pacchetto a prezzo calmierato. Ma senza neanche discuterne con il nuovo Parlamento.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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