Turisticizzazione? No, grazie

***di Massimo Marnetto, 7 maggio 2018 – “Turistificazione”: lo chiama così il turismo infestante, la rete delle “Città per chi le abita” (Ciutat per a qui l’habita), nata a Barcellona, ma ben presto propagatasi in tutta la Spagna – a cui hanno già aderito alcuni comitati di Venezia – con l’obiettivo di coinvolgere tutte destinazioni dell’Europa del sud.

Il “Manifesto” – a parte alcuni accenti radicali – coglie bene la sofferenza che il business del turismo consumistico infligge alle città più visitate, fino a stravolgerne l’identità delle parti più pregiate, espellendo i residenti per sostituirli con strutture recettive e rimpiazzando negozi di prossimità con quelli che offrono paccottiglia da souvenir. Il processo è irrefrenabile per la disparità di forze dei contendenti. Da una parte gli abitanti, che vedono gli alloggi centrali schizzati a quotazioni irraggiungibili se non per pochi; dall’altra, un turismo “urbanofago” che divora tutto, buttando sul tavolo capitali notevoli. In Italia il problema riguarda già Venezia, Firenze e Roma, ma anche altre città d’arte iniziano a patire l’assalto di un turismo intensivo e frettoloso, che crea problemi per le comunità e enormi guadagni per pochi speculatori.

Penalizziamo allora una delle fonti di maggior ricchezza per l’Italia?

Ovviamente no, ma occorre pensare ad un nuovo modello turistico per le nostre fragili città d’arte, che non sia orientato solo alla quantità degli arrivi giornalieri, ma alla qualità di un soggiorno prolungato. Sì, ma come? Certo, non con i varchi montati a Venezia, perché quando il gruppo arriva in città è tardi per fermarlo con una barriera. Anzi, la frustrazione poi diventa passaparola negativo. Meglio programmare e studiare modalità di impatto più leggere sulla città. A Roma, per esempio, la rete Motus di comitati di abitanti del centro, si sta battendo per evitare che i bus turistici entrino nell’Anello ferroviario. Si può fare, perché è stato fatto nel Giubileo 2000. E già evitando che ogni giorno 700 giganti da oltre 10 metri entrino e parcheggino in centro sarebbe una decongestione importante per chi vi abita e lavora. Insomma, è importante mandare un nuovo messaggio ai turisti: la bellezza richiede il suo tempo. Con un selfie il ricordo rimane digitale; con la calma, l”emozione diventa spirituale.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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