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PD: congresso o scissione

L’assemblea nazionale a cui si riferisce Marnetto è la stessa che ha eletto nel 2017 l’attuale direzione. Con l’attribuzione su base regionale dei 1000 componenti, con il 69,17% dei voti Renzi aveva ottenuto 700 delegati, Orlando 212, Emiliano 88. Dunque, nonostante la presa di distanza da parte di Franceschini, Martina e altri della componente renziana, i renziani conserverebbero la maggioranza. In gioco non è tanto la posizione da assumere sul governo, che potrebbe restare quella della relazione Martina alla riunione di giovedì scorso, quanto la scelta delle candidature per le elezioni europee del 2019 e per le prossime elezioni  politiche (nandocan). 

***di Massimo Marnetto, 5 maggio 2018 – La pax renziana imposta alla Direzione del PD ha bloccato la riflessione di cui quel partito ha un disperato bisogno.

Che non verrà nemmeno dall’Assemblea (altra unanimità?). Ormai è evidente: per rigenerarsi (contarsi), ci vuole il Congresso, perché nel PD non è più questioni di leader, ma di linea politica. E senza una linea chiara – magari riorientata alle emergenze piuttosto che alle eccellenze – eventuali elezioni anticipate sarebbero un altro bagno di sangue.

Se il Congresso arriva prima delle elezioni, il PD ha una possibilità di ripresa. Se invece arriva dopo un’ulteriore debacle elettorale, la scissione è certa. Tutto sommato, il male minore rispetto al dramma di un Paese che a quel punto verrebbe consegnato alla destra, con l’appoggio del partito neo-macronista costituito da fuoriusciti dal PD, esuli dei 5 Stelle e dai catto-centristi da tana.

Riuscirà l’Assemblea del PD a decidere il Congresso?

Qui dipende dal coraggio di uscire allo scoperto da parte dei critici di Renzi, per trasformarsi da fronda a mozione alternativa. Soprattutto per rilanciare la giustizia sociale e la questione morale come obiettivi imprescindibili della sinistra e incompatibili con quelli della destra, dopo una stagione di indecente negazionismo delle differenze profonde tra queste due opposte visioni della società, con il solo fine – tragico – di “cercare voti a destra”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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