Netanyahu-Iran, atomica desiderata e guerra vera

***di Ennio Remondino, 1 maggio 2018* – Netanyahu e la sua «pistola fumante» contro l’Iran
Iran, atomica desiderata. Dal ministero della difesa a Tel Aviv il ‘lancio palla’ di Natanyahu all’amico Donald, per far saltare l’accordo ‎internazionale del 2015 sul nucleare iraniano. Show del premier israeliano, palco e grafici di supporto, ad accusare l’Iran di menzogne sulla ‎natura del suo programma nucleare. Un po’ ripetitivo in realtà il premier. Qualche anno fa all’Onu aveva esibito il disegno di una bomba con la miccia accesa, sempre una atomica iraniana, mentre nel lontano settembre 2002 aveva portato al Congresso Usa ‘le prove’ della armi di distruzione di massa di Saddam.
Ora sostiene ‎che una gigantesca operazione di intelligence ha consentito a Israele di entrare in ‎possesso di 55mila documenti e altri 55mila file su cd con le prove dell’esistenza ‎di un programma segreto iraniano, il Progetto Amad, per lo sviluppo di armi ‎atomiche. Quindi ha accusato ‎l’Iran di puntare a ‎«dotarsi di almeno cinque ordigni nucleari analoghi a quelli ‎utilizzati su Hiroshima‎». Infine ha detto di aver informato gli Stati Uniti e altri ‎Paesi del contenuto dei file ritrovati dai suoi agenti segreti in Iran.

Cosa vuole ottenere Israele
Trump non solo non certificherà più l’accordo del 2015 ma varerà ‎pesanti sanzioni contro l’Iran e insisterà affinché anche gli alleati europei ‎mettano sotto pressione Tehran affinché rinunci al suo programma di sviluppo di ‎missili balistici sul quale Netanyahu ieri ha battuto molto. Un accordo siglato con il Cinque più Uno nel luglio 2015 e adesso l’Europa di Macron-Merkel lo difende fino a un certo punto perché si dichiara pronta comunque a negoziarne un altro. Come se l’intesa fosse stata violata dagli iraniani. «In realtà sono gli Stati Uniti che non la rispettano, -scrive Alberto Negri in prestito sul Manifesto- imponendo sanzioni alla banche europee che concedono crediti all’Iran.
Bloccano così anche i prestiti per le commesse delle aziende italiane, circa 25-30 miliardi di dollari».
«Quello che è successo ‎oggi e che è accaduto di recente mostra che ho avuto ragione al 100%», ha ‎commentato Trump dopo l’intervento di Netanyahu. Silenzio, almeno fino a ieri ‎sera, dell’Iran. Di fronte a nuove sanzioni internazionali, Tehran ‎potrebbe rispondere con l’avvio di un programma di produzione atomiche militari, ed ecco che la guerra inseguita da anni diverrebbe realtà.

Guerra Israele Iran in Siria
I militari la chiamano ‘guerra di attrito’, scontri ‎che rischiano di sfociare in un conflitto ampio. Gli ‎attacchi aerei attribuiti a Israele contro obiettivi siriani e presunti iraniani sono ‎progressivamente aumentati. Quello di domenica notte a Hama e Aleppo è stato il più grave ‎per numero di vittime.
Tishreen, giornale siriano ‎vicino al governo, ieri scriveva che l’attacco è partito dalla Giordania con il lancio ‎di missili da parte di Usa e Gran Bretagna, -riferisce Michele Guiorgio, Nena News. Che considera: «Ipotesi da tenere in considerazione ma ‎meno credibile rispetto a quella di un bombardamento aereo israeliano che ‎avrebbe distrutto missili terra-terra (200 pare) che l’Iran intendeva posizionare in ‎Siria».
Dalla guerra alla politica, l’evidente via libera di Washington a Netanyahu. ‎L’attacco di domenica notte è arrivato in ‎coincidenza con la visita a Gerusalemme del nuovo Segretario di stato ‎Mike ‎Pompeo, anticipata poco prima da ‎una telefonata fra Netanyahu e Trump.

Diplomazia punitiva e azione militare
Guerra siriana seconda fase. Azioni militari di Israele e occidentali nei confronti dell’Iran in territorio siriano e diplomazia punitiva per imporre nuove sanzioni a Teheran. «La supervisione di questo secondo capitolo del conflitto siriano è affidata a Israele che, con il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme e il riconoscimento come capitale dello stato ebraico contro ogni risoluzione dell’Onu, è diventato ufficialmente il poliziotto americano della regione, come ai tempi dello Shah Reza Palhevi l’Iran era il guardiano del Golfo degli Stati Uniti», scrive Alberto Negri. «Si tratta di un regolamento di conti che dura quasi da quarant’anni, dall’anno della rivoluzione nel 1979 e dalla presa degli ostaggi nell’ambasciata Usa di Teheran il 4 novembre ’79: l’era della destabilizzazione cominciò allora, seguita dalla guerra in Afghanistan contro l’Urss».
Scenario planetario abbastanza chiaro oggi: «Si sdogana Kim Jong-un che incontrerà Trump con un menù abilmente apparecchiato dal triangolo Pechino-Pyongyang-Seul, ma si deve ribaltare l’Iran – Paese dal regime discutibile ma che difende strenuamente la propria sovranità – a favore della preminenza strategica israeliana nella regione».

*da RemoContro

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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