Gas in guerra, è compleanno, cloro tedesco sulle trincee francesi

Incredibile che mentre sanguinosi conflitti proseguono in varie parti del mondo e nel Medio Oriente in particolare, l’unica buona notizia per la pace venga dallo stato canaglia numero uno, la Corea del Nord, dove Kim Jong-un ha annunciato, attraverso l’agenzia di stampa del regime Kcna, che da oggi la Repubblica popolare di Corea “cessa i test nucleari e il lancio di missili balistici intercontinentali”. Lo fa perché può permetterselo – dice – dato che il suo paese è ormai entrato nel club delle potenze nucleari. Dimostrerà il suo impegno chiudendo un sito di test atomici nel Nord del Paese, quello di Punggye-ri.(nandocan)

***di Giovanni Punzo, 21 aprile 2018*

Gas in guerra nelle denunce storiche

Gas in guerra, compleanno. La data di nascita ufficiale della guerra chimica contemporanea è giovedì 22 aprile 1915: alle cinque del pomeriggio, attraverso i sottili tubi di centinaia di bombole metalliche piazzate nel terreno, fu fatta fuoriuscire dai genieri tedeschi una nube di cloro che avvolse le posizioni francesi e canadesi intorno alla città belga di Ypres. Il gas provocò un numero altissimo di vittime (tra le tremila e le cinquemila, a seconda delle fonti), ma in realtà non ottenne il successo militare sperato: nonostante la spaventosa sorpresa sugli alleati la manovra con mezzi convenzionali condotta in seguito dai tedeschi alla fine non raggiunse il suo scopo.
Quando, nel settembre dello stesso anno, gli inglesi ripeterono a loro volta un attacco con gli stessi mezzi chimici più o meno nella medesima area il risultato fu altrettanto deludente e per sovrappiù gli inglesi contarono duemila intossicati tra le proprie file, dei quali almeno una dozzina morirono nelle ore successive. Se da una parte nasceva ufficialmente la guerra chimica, i primi due impieghi bellici di gas non potevano dirsi del tutto soddisfacenti dal punto di vista tattico: il mondo aveva conosciuto nuovi orrori, ma non accorciava la guerra.

Colpevoli certi per la storia

La Prima Guerra mondiale, che nell’ultimo anno dominato dalla propaganda diventata «la guerra per fare finire le guerre», non andò affatto così, particolarmente dal punto di vista dell’impiego di armi chimiche: nonostante le nazioni ‘civilizzate’ avessero sottoscritto nel 1925 un protocollo internazionale per la messa al bando dei gas, essi furono impiegati massicciamente nelle guerre coloniali. I primi furono gli inglesi – pare su suggerimento di Churchill – durante la rivolta arabo-curda in Iraq nella prima metà degli anni Venti e contro tribù nomadi tra India ed Afghanistan, ma altrettanto su scala minore fecero i francesi e gli spagnoli nelle loro colonie nord africane.
Gli italiani poi ricorsero al loro impiego in almeno due occasioni: in Libia nel 1928 e dopo la conquista dell’Etiopia nel 1935. L’impiego dei gas non fu nemmeno limitato da elementi ideologici perché esistono robusti indizi che l’Unione Sovietica ne abbia fatto uso per la repressione delle rivolte di Kronstad e di Tambov nel 1921. Ancora più gravi e spietati i casi di ricorso alle armi chimiche dei giapponesi in Cina negli anni Trenta: a parte l’elevata letalità delle sostanze, è ormai accertato che molti esperimenti giapponesi furono effettuati su cavie umane, ovvero prigionieri cinesi.

Arma rozza a colpire nel mucchio

Nel corso della Seconda Guerra mondiale non si verificarono attacchi su larga scala con sostanze chimiche, ma ciò non significa che gli arsenali non ne custodissero: migliaia di tonnellate di gas erano state immagazzinate da tutti a scopo preventivo e da impiegare come rappresaglia nel caso l’avversario vi avesse fatto ricorso per primo. Dopo la guerra i vari trattati di pace imposero la bonifica degli arsenali degli sconfitti.
In Giappone, dove gli americani impiegarono i prigionieri di guerra, vi furono centinaia di incidenti mortali di vittime locali. Negli anni Sessanta furono altri conflitti semi coloniali ad essere teatro di impiego di gas, ad esempio nello Yemen dove aerei egiziani lanciarono ordigni di produzione sovietica e vi furono i primi rapporti di medici delle Nazioni Unite a confermarne l’uso. Aggressivi chimici furono impiegati anche nel Sud Est asiatico. In Vietnam, gli effetti delle sostanze defolianti Usa che, oltre a produrre vittime, modificarono l’ambiente e il modo di vivere di ampie zone dell’Indocina. Non più storia, ma quasi cronaca vicina a noi, sono infine le vicende relative all’impiego sovietico di gas in Afghanistan o da parte di Saddam nel nord Iraq.

Paure per terrore di massa

Dietro questi episodi si cela sempre una contraddizione che non sembra ancora risolta: la guerra chimica può dare a volte un successo militare limitato, ma l’esecrazione generale per l’impiego di aggressivi chimici fa si che questo si trasformi a sua volta in una sconfitta politica. Eppure, dopo questo dubbio inizio un secolo fa, tutte le potenze hanno continuato a condurre ricerche ed esperimenti, hanno immagazzinato migliaia di tonnellate di aggressivi chimici ben più micidiali del cloro del 1915 e ne hanno fatto usi sporadici che si sono rivelati infamanti e quasi mai risolutivi.
Soprattutto – seconda contraddizione irrisolta –, pur dichiarando pubblicamente il contrario, alcuni continuano a produrre quelle armi, gas chimici ha antica e facile fattura, e i più micidiali ‘gas nervini’, sostanze mortaleìi di potenza inusitata ufficialmente comparse in uso incerto, per ora soltanto in vicende di spionaggio. La guerra chimica, frutto di ricerche segrete e continue, al di là della sua efficacia spesso militarmente contestata, rappresenta sopratutto una dimensione psicologica di terrore di massa già con la sua minaccia, il cui uso reale produce spesso conseguenze contrarie a quelle desiderate. L’uso strumentale dell’incubo armi chimiche può prescindere a volte dal suo impiego reale.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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