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Usa-Russia, l’Italia in prima linea con Sigonella

Mentre in Siria la guerra “per procura” tra le grandi potenze minaccia ogni giorno di più di degenerare in un conflitto mondiale, la politica internazionale, con l’eccezione del rapporto economico con l’Europa, sembra non interessare minimamente il dibattito in corso tra i partiti per la formazione del nuovo governo. E su questa clamorosa lacuna anche i media sembrano non aver niente da dire. Forse per non evidenziare troppo la contraddizione fra l’autonomia in politica estera più volte rivendicata dai vincitori delle ultime elezioni e l’atlantismo tradizionale della politica estera italiana che non può essere messo in discussione neppure di fronte al linguaggio aggressivo del presidente americano Trump: “Russi preparatevi: i missili stanno per arrivare, belli, nuovi e intelligenti” è l’ultimo tweet. O forse anche perché, a giudicare dalla scarsa reazione dei pacifisti – c’è ancora qualcuno che ricorda le proteste di massa contro la guerra nel Vietnam? – un certo  disinteresse sembra prevalere anche nell’opinione pubblica. Così, pur rilevando l’assenza di prove certe sull’uso di armi chimiche da parte dell’esercito di Assad, sui grandi giornali si ricorda  con preoccupazione la simpatia per Putin manifestata in passato da Lega e Cinque Stelle oppure si va a intervistare l’ex ministro degli esteri di Berlusconi, Franco Frattini, per ribadire che “noi stiamo con l’Occidente. Su questo dobbiamo stare attenti”. Gli appelli alla pace lasciamoli a Papa Francesco. (nandocan).

***di Piero Orteca, 12 aprile 2018* – La notizia che aerei americani da ricognizione e guerra elettronica “Poseidon” ed “E-3” siano partiti da Sigonella per dirigersi verso le acque siriane e la Turchia scaraventa il nostro Paese in prima linea nella crisi tra Stati Uniti e Russia, scoppiata dopo il presunto attacco chimico di Douma, attribuito ad Assad. Si tratta di un confronto pericolosissimo, per molti motivi. A partire dal fatto che in qualsiasi momento potrebbe saltare la catena di collegamento che lega la sfera politica a quella militare: cioè, detto in parole povere, a qualcuno potrebbe scappare di mano il bandolo della matassa. E sarebbero guai grossi come montagne, che potrebbero dare il via a una escalation di reazioni e contro-reazioni.

A proposito dei rapporti tra Italia e Russia, che mai come in questo momento devono essere curati con intelligenza e lungimiranza, Vladimir Putin ha diffuso una dichiarazione in cui manifesta apprezzamento per la partnership del nostro Paese nell’ambito dell’Unione Europea. Un segnale di amicizia, ma anche un avvertimento di sguincio: occhio a come vi muovete, perché anche voi rischiate di diventare un potenziale bersaglio, andando appresso alle elucubrazioni sconnesse di Trump e dei suoi “adviser”. Che, aggiungiamo noi, salgono e scendono dalla sua Amministrazione come si fa con i tram di San Francisco.

L’eventuale blitz missilistico degli Stati Uniti, che sarebbe portato in prima battuta con i Tomahawks del cacciatorpediniere Donald Cook, non può assolutamente essere considerato come un’operazione coperta dall’ombrello Nato (per l’esattezza l’articolo 5 del Trattato). Il fatto che anche Francia e Regno Unito si siano offerti di partecipare a questi sconsiderati giochi di guerra, inoltre, non significa che gli altri alleati debbano sentirsi coinvolti da una decisione che è poco definire “azzardata”. E che puzza di marcio a chilometri di distanza. Anche perché, dietro le quinte, aumentano le perplessità sul presunto lancio di agenti chimici (cloro?) a Douma e all’Onu la partita su eventuali ispezioni si è conclusa con un incrocio di veti.

La verità è che Donald Trump preparava già da lunga pezza l’attacco missilistico contro la Siria. Lo scenario era stato già delineato da diversi specialisti di strategia militare. Erano stati gli stessi russi, evidentemente allertati dai loro servizi segreti, a diffondere la notizia che la Casa Bianca si stava disinvoltamente rimangiando il tacito accordo raggiunto con Putin per la spartizione della Siria in zone di influenza, a est e a ovest dell’Eufrate. Il giro di valzer sulla politica mediorientale dentro l’Amministrazione repubblicana è noto da diverso tempo. Gli avvicendamenti al Pentagono, al Consiglio per la sicurezza Nazionale, al Dipartimento di Stato e alla Cia sono stati il segnale che il vento stava cambiando e che Trump si era deciso a stracciare in mille pezzi tutte le intese siglate da Barack Obama. Prima tra tutte quella sul nucleare iraniano.

I motivi del suo voltafaccia nei confronti di Putin sono diversi e complessi. A cominciare, forse, dall’inchiesta promossa dall’FBI sul cosiddetto Russia-gate. C’è poi il rebus della posizione di Israele, che vede come fumo negli occhi la presenza delle Guardie rivoluzionarie di Teheran ai margini del Golan. E la stessa cosa vale per Hezbollah, che dal Libano ormai è tracimato abbondantemente, fino ai confini con l’Irak e con la Turchia. Dalla spy-story col nervino contro l’ex 007 russo Skripal (un’altra vicenda dove il losco si taglia col coltello) fino alla pantomima di Douma, la strategia occidentale (meglio, di americani e inglesi, sempre più coalizzati dopo la Brexit) è quella di chiudere all’angolo Putin, che fesso non è e ha già preso le sue contromisure, mandando un avviso ai naviganti, attraverso il suo ambasciatore in Libano Zasykpin e il Ministro degli Esteri Lavrov: attenzione, perché la Russia risponderà.

Come? Dipende da ciò che combinerà passaguai-Trump. Per ora, la diplomazia “parallela” è all’opera per minimizzare i danni. Spifferi di corridoio dicono che gli Stati Uniti avrebbero avvisato i russi dei siti che starebbero per colpire, in modo da dargli il tempo di sgomberare le loro truppe e le installazioni più sensibili. Sembra strano, ma a volte funziona così. Io attacco perché lo devo fare, ma ti dico prima come e quando, in modo da minimizzare i danni collaterali e la tua eventuale reazione. O almeno, la speranza è questa. Gli analisti, però, stanno in campana, perché ritengono che un’eventuale reazione iraniana dopo il bombardamento di Homs potrebbe dirigersi in profondità contro Israele. Insomma, spostando una sola tessera del mosaico stanno per saltare in aria tutti i birilli.

*da remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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