Bus-Stop. 700 pullman turistici a Roma ogni giorno.

***di Massimo Marnetto, 12 aprile 2018 – Immaginiamo su un’autostrada la fila di otto chilometri di pullman incolonnati: ecco, è l’equivalente degli oltre 700 bus turistici che ogni giorno entrano a Roma.

Partendo da questo dato, la Rete Motus – composta da molte associazioni di abitanti del centro di Roma (*) – ha lanciato la Campagna “Bus Stop”, chiedendo che si ritorni alle regole del Giubileo 2000, quando i bus turistici sostavano fuori dall’anello ferroviario e i turisti entravano con la navetta “J”.

“E’ un modello che ha funzionato – abbiamo detto nella conferenza stampa nella Sala del Carroccio, al Campidoglio – e quindi può perfettamente essere ripristinato; anzi migliorato, grazie alla tecnologia che ormai consente di prenotare, trovare e pagare i parcheggi, tutto on line”. Erano presenti giornalisti del Corriere (Garrone), Messaggero (Mozzetti) e dell’agenzia di stampa Dire (Di Placido)
Le loro domande ci hanno permesso di spiegare il senso dell’Appello (distribuito ai presenti in italiano e inglese) e precisare che questa conferenza è il punto di partenza di una campagna di mobilitazione civica, che mira ad avere un incontro con il Comune, per modificare il nuovo Regolamento sui bus turistici, ancora troppo permissivo negli accessi. Abbiamo anche fatto presente che la nostra azione converge con la stessa richiesta già avviata dal Municipio I e che intende sostenerla ed ampliarla, coinvolgendo anche gli stranieri residenti da anni, ormai “Romani nel cuore”.
Cosa farete in futuro?  “Ora ci siamo solo presentati dichiarando il nostro obiettivo di liberare il cuore di Roma dai bus, ma la prossima fase sarà quella di costruire una campagna di comunicazione mobilitante, con l’aiuto di altre associazioni, altri cittadini e altre donne e uomini di cultura, come chi si è già schierato al nostro fianco: Paolo Berdini, Valerio Carocci, Vittorio Emiliani, Antonio Del Guercio, Vezio De Lucia, Dacia Maraini, Tomaso Montanari, Salvatore Settis, Paolo e Vittorio Taviani, Mario Tozzi”.
Non pensate che sia complicato cambiare il turismo a Roma visto che è un’importante fonte di introiti? “Lo sappiamo e non vogliamo assolutamente danneggiarlo. Anzi, superando questo stile frenetico di visita-blitz, che porta più problemi che ricchezza alla Città, vorremmo incidere sul nuovo modello di turismo delle città d’arte, basato su tempi di permanenza adeguati ad assaporarne la bellezza, sensazioni che non vanno d’accordo con selfie scattati di fretta”.
Perché vi siete chiamati Motus? “Perché in latino significa sia movimento, che emozione. Chi si muove per vedere Roma, deve avere il tempo di vivere e portarsi via un’emozione. Solo se questa magia accade, ritornerà”.
 
(*)Associazione Abitanti Giolitti Esquilino – Civico 17 Prati, Mazzini, Delle Vittorie –  Comitato Ottaviano Giulio Cesare – Comitato Piazza Vittorio Partecipata –  Domus Ciancaleoni –  Piccolo Cinema America – Rione Monti Coordinamento Comitati –  Trionfalmente 17 – Vivere Trastevere. 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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