Lula in carcere. Giustizia è fatta?

L’arretramento delle politiche a favore dei lavoratori e delle classi meno agiate in genere, causato pressoché ovunque dalla gestione neoliberista della globalizzazione, si rivela particolarmente pesante in America latina. E secondo quanto si legge stamani sul settimanale “Famiglia cristiana” anche l’arresto dell’ex presidente brasiliano è da inquadrarsi in questo contesto. Lula da Siva “arrestato – scrive Katia Fiterman – “soltanto perché rappresenta un pericolo alle prossime elezioni presidenziali che si terranno in Brasile a ottobre di quest’anno, proprio perché rappresenta quella enorme parte della popolazione povera brasiliana che non deve avere né voce, né diritti, né visibilità”. Imprigionato già in precedenza – aveva dichiarato dal pulpito anche l’ex presidente della conferenza nazionale dei vescovi del Brasile monsignor Angelico “senza che nessuna prigione potesse detenere il suo cuore, la sua mente e i suoi ideali”. Quale significato e quali conseguenze possa avere l’avvenimento ci spiega qui con la ben nota competenza l’amico e collega Livio Zanotti (nandocan)

***di Livio Zanotti, 8 aprile 2018 – Mai il Brasile (e l’intero occidente democratico) ha vissuto una tensione tra popolo e istituzioni, diritti e procedure, politica e senso comune, come questa determinata dalla condanna del due volte capo di Stato (dal 2003 al 2011 continuativamente al governo) Luiz Inacio Lula da Silva a 12 anni di reclusione in un processo per corruzione di carattere indiziario, nel corso del quale si è sempre e fermamente dichiarato innocente. Mai è tuttavia apparso in dubbio l’ancoraggio all’ordine costituzionale del paese sudamericano, che sia pure tra contraddizioni laceranti mostra sufficiente maturità per reggere la sfida di una crisi che è a un tempo politico-istituzionale, sociale, economica. E appare ancora ben lontana dalla conclusione. 

Lula non è solo l’espressione moderata di rivendicazioni storiche giunte infine al governo dell’immenso territorio, in cui latifondisti dello zucchero e del caffè fondarono la Repubblica in odio all’imperatore che contro la loro opinione aveva abolito la schiavitù (1888). Sebbene appaia evidente che l’attuale successore, Michel Temer, stia smontando le riforme grazie alle quali il tenace tornitore meccanico, divenuto sindacalista combattivo e poi presidente della nazione, l’ha modernizzata e resa meno iniqua: così sollevando come mai prima il “gigante sdraiato” cantato dalla poesia patriottica. Lula è soprattutto l’abile dirigente operaio il cui pragmatismo celebrato per anni anche a Wall street ha permesso la realizzazione di una politica di diritti e d’inclusione senza precedenti. E in quanto tale temuto.  

L’accusa a Lula di aver ricevuto un lussuoso appartamento in cambio di favori illeciti è sostenuta essenzialmente dalle sole ammissioni del corruttore, nella prospettiva di ottenere sconti di pena. Non è mai stata comprovata in via documentale: non ci sono scritture private né registrazioni catastali. Tanto è così che nell’intento di giustificare questa carenza, l’argomentazione di un inquirente -il procuratore Henrique Pozzobon-, a un certo punto scivola per intero nel pantano del sofisma. Il magistrato ammette infatti di non disporre di “provas cabais” (prove inoppugnabili); ma afferma che “proprio la circostanza che Lula non figuri come intestatario dell’appartamento in questione costituisce un modo di occultarne la proprietà” (Cfr. Folha de S. Paulo, 07.04.2018).

 In nessun momento il percorso giudiziario del più potente leader della sinistra riformista latinoamericana è uscito dal solco della complessa dialettica politica brasiliana e anzi ad essa si è intrecciato sempre più strettamente. Lo confermano i sondaggi d’opinione, che in 20 mesi lo hanno portato dal 16 all’attuale 36 per cento nelle intenzioni di voto: dunque il pre-candidato di gran lunga favorito alle prossime elezioni presidenziali (7 ottobre), che ormai potrà seguire solo dal carcere. Le migliaia e migliaia di militanti che lo hanno accompagnato nelle ultime settimane e ore fino all’ingresso nel penitenziario, sempre pacificamente malgrado l’emozione fortissima, ne sanciscono il crepuscolare trionfo di popolo. 

A 71 anni, Lula non lascia un delfino politico, il carisma non si trasmette. Né sarà agevole per il Partido dos Trabalhadores (PT), fondato nel 1980 da socialdemocratici, cattolici di sinistra e marxisti di varie tendenze, esprimere un nuovo leader in grado di ricompattarne le diverse anime in un programma da opporre alle controriforme di Temer, già alleato e vice della deposta presidente Dilma Rousseff, convertitosi poi nel suo più insidioso nemico. Tanto i rapporti di forza interni al paese quanto il quadro internazionale appaiono oggi assai più sfavorevoli di qualche anno addietro per le forze riformatrici, che nondimeno devono farsi carico del crescente malessere sociale.   

Ma il dramma personale di Lula, destinato comunque a lasciare il segno sugli umori del paese, e le difficoltà del PT amplificano oltre misura il rischio di governabilità per l’intero Brasile. La società fortemente polarizzata, la politica frantumata e scossa da accuse di corruzione che a cominciare dal presidente Temer coinvolgono interi gruppi dirigenti, la miopia dei grandi gruppi economici preoccupati esclusivamente di non retrocedere dalla posizione di decima potenza economica mondiale, caricano di nubi l’orizzonte della maggiore potenza del subcontinente americano.    

Ildiavolononmuoremai.it

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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