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Un atomo di verità

***di Raniero La Valle, 16 marzo 2018 – Oggi, 16 marzo, è il quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta. Per ricordarlo si è fatto largo ricorso sui giornali e in TV a interviste ai brigatisti che compirono il crimine, i quali hanno rievocato fatti e ideologie del tempo, con abbondanza di particolari e con un certo distacco più da storici che da criminali. Così nelle due puntate di Atlantide di Andrea Purgatori si sono potuti ascoltare Mario Moretti, Valerio Morucci, Raffaele Fiore e, in un filmato fatto prima che morisse, il carceriere di Moro, Prospero Gallinari.

Quello che ne risulta è il tragico infantilismo e l’incultura del modo in cui essi “pensarono” la rivoluzione. Sapevano dai cinesi, e lo dicono, che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, ma allora ne fanno un gioco; un gioco con la vita degli altri di un cinismo e di un’ingenuità senza pari, un gioco assurdo giocato come se fosse serio: la rivoluzione come navicella che galleggia su un lago di sangue, la vita del giudice ucciso che è solo un granello irrilevante nel turbine, la folle idea che la rivoluzione non debba essere processata dallo Stato e ciò prima ancora che abbia vinto, nel momento stesso in cui cerca di abbatterlo, la presunzione che tutto si decida qui, che loro sono liberi da ogni controllo, che il mondo di cui l’Italia è parte non esista, il delirio di pensare che nessuno li stesse usando, Moro che deve essere ucciso perché se no chi glielo dice ai compagni che non si è ottenuto niente?
È mancata però nel contempo la contestazione della loro verità. Ci sono scaffali interi di libri, a cominciare da quelli di Sergio Flamigni, e c’è soprattutto il libro del fratello di Aldo Moro, il giudice Carlo, “Storia di un delitto annunciato” in cui è dimostrato irrefutabilmente che tutta la ricostruzione fornita dalle Brigate Rosse del sequestro, della detenzione e dell’assassinio di Moro è falsa.

Le cose non sono affatto andate come ce le hanno raccontate nei diversi processi, come ancora ci dicono e come il sistema stesso ha voluto credere e farci credere fin qui. Non era nella realtà che si fosse a un anno zero della rivoluzione in Italia e che un gruppo di militanti armati potesse scatenarla da solo contro tutti i sindacati e i partiti storici della sinistra; è chiaro che c’erano altri protagonisti e altri moventi che cospiravano per una neutralizzazione politica di Moro, dalla segreteria di Stato americana, ai custodi tedeschi dell’atlantismo, agli italiani “decisi a sparare” pur di impedire l’accesso dei comunisti al governo, a cui le BR sono apparse come fortunato strumento sostitutivo per compiere ciò che altrimenti in altri modi avrebbe dovuto essere compiuto; una sorta di “sussidiarietà” per la quale non tanto contava chi e come provvedesse, ma che si ottenesse il risultato e nulla ne intralciasse la realizzazione.

Perciò il delitto Moro è stato intriso nella menzogna: falso è stato che le lettere di Moro fossero a lui “non attribuibili”, perché dettate dalle Brigate Rosse; che con le BR non si potesse trattare, perché ciò ne avrebbe rappresentato il riconoscimento; che, una volta uccisi gli uomini della scorta, il caso Moro, caso politico per eccellenza, non dovesse considerarsi che come il “caso umanitario” di un qualunque cittadino sequestrato, sicché le BR lo dovessero rilasciare “senza alcuna condizione”; e che solo così lo Stato si sarebbe salvato. E in mezzo a tante false ragioni, private e di Stato, non a caso l’unico che si appella alla verità – la verità che salva e fa liberi – è proprio Moro, che in una lettera scritta dal carcere all’on. Misasi, ma non recapitata, scrive: “Quello che io chiedo al partito è uno sforzo di verità, perché la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto. Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità, e io sarò comunque perdente”. E la verità era – scriverà poi a Zaccagnini – che la DC era “sempre là” con il suo “vecchio modo di essere e di fare”, e che era illusorio cambiare la situazione “con nuove alleanze” se non cambiava essa per prima, se non capiva “ciò che agita nel profondo la nostra società”, se non aveva la volontà di perseguire un proprio “disegno di giustizia, di eguaglianza, di indipendenza, di autentico servizio all’uomo”. E se non faceva questo, tanto meno poteva e voleva salvare Moro.
È stato quello il punto di svolta nella storia della Repubblica; per ricordarlo anche noi, rimandiamo a un testo già pubblicato su questo sito il 26 maggio scorso, “Ragion di Stato e uccisione dell’innocente”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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