Stragi, torture, fame nello Yemen sotto tiro dell’Arabia Saudita

Qualcuno ricorda quando protestavamo in massa per la guerra nel Vietnam? (nandocan)

***di RemoContro, 9 marzo 2018 – L’Onu e le organizzazioni umanitarie internazionali lanciano appelli, rimasti inascoltati. Le pesanti complicità degli Stati Uniti. 20 milioni di persone tra cui 11 milioni di bambini senza assistenza sanitaria,  i casi di colera sono arrivati a oltre 900mila e quelli di difterite a quasi 200, 17 milioni di persone non sanno quando potranno avere il prossimo pasto,  400mila bambini sono alla fame. Umberto De Giovannangeli è un giornalista esperto di Medio Oriente e Islam che scrive sull’Huffington Post, già inviato speciale dell’Unità prima che la uccidessero e collaboratore di Limes. Lo Yemen, inferno dimenticato, è sua attenzione da sempre. Guerra dimenticata. «Volutamente dimenticata, nonostante una tragedia umanitaria che eguaglia e per certi aspetti supera anche quella siriana».

Lo Yemen vittima di una delle peggiori carestie mai viste al mondo negli ultimi anni. «Non è come la carestia che abbiamo visto in Sud Sudan all’inizio dell’anno, sofferta da decine di migliaia di persone. Non è come la carestia che costò la vita a 250mila somali nel 2011. È la più grande carestia che il mondo abbia mai visto in decenni, con milioni di vittime”, spiega Mark Lowcock, sottosegretario generale agli affari umanitari e coordinatore degli aiuti per le emergenze delle Nazioni Unite».

I numeri della catastrofe

20 milioni di persone tra cui 11 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza sanitaria,
14,8 milioni di persone non hanno accesso alle cure di prima necessità,
i casi di colera sono arrivati a oltre 900mila e quelli di difterite a quasi 200.
La popolazione è ridotta alla fame:
17 milioni di persone non sanno quando potranno avere il prossimo pasto,
400mila bambini sono malnutriti.

Non solo guerra dimenticata

«Yemen, la vergogna dell’Europa. Yemen, dove l’Arabia Saudita perpetra da tempo crimini contro l’umanità. Ciò di cui non si parla, volutamente, nei consessi internazionali, è che dopo tre anni di operazioni militari si continua a morire nello Yemen nella campagna lanciata dalla coalizione panaraba guidata dall’Arabia Saudita, per rispondere alla minaccia posta dai ribelli Houthi, sostenuti a loro volta dall’Iran», denuncia Umberto De Giovannangeli.
Mentre Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ricorda come l’Arabia Saudita riuscì a convincere la maggioranza degli Stati del Consiglio Onu dei diritti umani a votare contro l’istituzione di una commissione internazionale sui crimini di guerra commessi in Yemen.

Giustizia e affari

Gli sporchi affari che l’Occidente continua a intessere con Riad. Affari miliardari. Donald Trump, maggio 2017, piazzista d’armi a Riad, con contratti per 132 miliardi di dollari subito, con l’obiettivo dei 380 in 10 anni. Ma non basta: «I militari statunitensi si sono resi complici di torture, abusi e violenze contro sospetti terroristi, compiute dalle forze armate degli Emirati Arabi Uniti e dello Yemen sul loro territorio. È quanto emerge da un lungo reportage pubblicato dalla Associated Press, che sostiene il coinvolgimento di soldati americani negli interrogatori compiuti nelle prigioni segrete del Paese arabo. Le carceri sono controllate da ufficiali di Abu Dhabi e Sana’a e i dettagli che emergono dai racconti dei testimoni sono raccapriccianti».

Le carceri segrete

«Esse sorgono all’interno di basi militari, di porti, aeroporti, ville private e anche club notturni. Gli informatori riferiscono che gli abusi sono “una routine” e le torture inflitte “estreme”». Circa 2mila persone scomparse, che sarebbero ancora oggi rinchiuse all’interno di quelle carceri clandestine. E come sempre, ad essere più colpiti sempre i più indifesi. I bambini. Testimonianze raccolti da “Save the Children” danno conto di orrori indicibili. Le 6 organizzazioni internazionali che hanno lavorato con Save the Children, hanno chiesto ripetutamente di usare tutti gli strumenti di pressione politico-diplomatica per fermare la mano a Riad.
«La risposta del libero Occidente è stata di vendere ancora più armi ai sauditi», polemizza ancora una volta Umberto De Giovannangeli, ricordando anche le bombe italiane, realizzate in Sardegna. Oltre agli impegni da campagna elettorale per bloccarle. Da verificare al prossimo giro di governo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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