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Il Pd a Di Maio: avete vinto, arrangiatevi

Roma, 7 marzo 2018 – Avete vinto, ora arrangiatevi. Il Pd insiste nella sua chiusura autoreferenziale perché ormai la gran parte (renziana) degli iscritti, come forse anche degli elettori, rimasti nel partito si è convinta di rappresentare l’unica soluzione possibile ai problemi del Paese. Dunque la  direzione di lunedì deciderà che, anche con Renzi dimissionario, non ci sarà nessun dialogo e nessuna intesa coi 5stelle. Nella speranza che, almeno per qualche mese, si prolunghi lo stallo dell’assenza di maggioranza, con il vice segretario Martina e Gentiloni sostanzialmente alla guida del partito e del governo. Meglio ancora se potessero assistere dall’opposizione a un imbarazzato esordio dei vincitori, Salvini o Di Maio non fa differenza. Oppure tornare a votare. Tanto peggio, tanto meglio.

Come sembra di aver capito, Liberi e Uguali non intende invece restare alla finestra. Qualcuno dovrà pure dimostrare agli italiani che la sinistra non è insensibile all’attesa di novità che viene dal  Paese. Oggi Stefano Fassina ha scritto su Facebook che LeU “non dovrebbe escludere il confronto con il M5S qualora dovesse aprirsi in Parlamento tale possibilità per dare un governo al Paese” e che “giocare al tanto peggio tanto meglio sulla pelle degli italiani o contribuire indirettamente a spingere a destra il governo dell’Italia, non aiuta la ricostruzione della sinistra di popolo, a partire dal lavoro”.

Ieri, commentando uno dei miei post, un lettore mi ha chiesto “come si fa a essere sinistra di governo, ma contemporaneamente nuovi e alternativi al sistema stesso”. Bene, io credo che in primo luogo si debba cessare di essere auto referenziali e invitare i nostri rappresentanti a non esserlo (il modo in cui si è fatta fallire la “rivoluzione dal basso” avviata al Brancaccio ha contribuito non poco, secondo me, alla nostra sconfitta elettorale). La sinistra deve oggi più ancora che nel suo “glorioso passato” mantenere un contatto permanente e diretto con i cittadini e i loro problemi. In secondo luogo la politica deve smettere di andare alla deriva come si è continuato a fare fino ad oggi. Dimostrare e comunicare una visione chiara dei problemi che abbiamo di fronte. Sia a livello globale ed europeo, sia a livello nazionale e territoriale. Per poi operare gradualmente, ma coerentemente, con le riforme necessarie a rinnovare il sistema. Senza tradire – nei fatti,  non solo con le parole – i valori di libertà uguaglianza e solidarietà proclamati e difesi dalla Costituzione del ’48. 

Con tutto il rispetto per la buona volontà del ministro Calenda che si è iscritto stamani al Pd col proposito di rinnovarlo, temo che questo partito sia ormai irrecuperabile al gradimento degli italiani, di certo al gradimento dei giovani e di quei lavoratori che dieci anni fa si era proposta di rappresentare. La scomparsa dalle periferie non è solo un luogo comune. Perfino prendere le distanze dal Pd non basta quando non  è accompagnato da un cambiamento radicale delle regole democratiche interne e da una maggiore trasparenza all’esterno. Non averlo compreso ha procurato la fine prematura dell’iniziativa del Brancaccio, dove una lista elettorale, espressione congiunta dei partiti e della società civile, doveva essere il primo passo per la costruzione di una sinistra nuova e alternativa non solo al renzismo ma al liberismo capitalista che il centrosinistra non ha contrastato.

Riprendiamo dunque da lì. Mobilitando intorno a progetti a breve e a lunga scadenza la competenza diffusa nel territorio, come suggeriva qualche anno fa, inascoltato, Fabrizio Barca. Intrecciando pedagogia e partecipazione popolare, leadership e ascolto costante della vasta rete di  associazioni, sindacati e movimenti che costituiscono la cosiddetta società civile. E se possibile, dimentichiamo i  gruppuscoli e smettiamo di dividerci sui dettagli.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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