La sconfitta di LeU

Condivido la riflessione di Alessandra, che coordina il comitato di “Possibile” al quale sono iscritto. Aggiungo che la brusca interruzione dell’iniziativa nata al teatro Brancaccio, per irresponsabilità di entrambe le parti,  non ha portato soltanto alla rottura con Montanari e “Democrazia e Uguaglianza” (non compensata dalla presenza in lista di Anna Falcone) ma ha collaborato – grazie anche all’ interpretazione diffusa nei media e alla propaganda dei Cinquestelle –  all’immagine di  “un riciclaggio di ceto politico” non sufficientemente motivato da un progetto politico alternativo (nandocan)

***di Alessandra Fata, 6 marzo 2018 – Indubbiamente poco brillante la perfomance di Liberi e Uguali su scala nazionale.

La neonata formazione non è stata in grado di parlare al Paese, di lanciare chiari messaggi di discontinuità con il PD renziano.

Passi incerti, segnali confusi, apparizioni in TV ingessate e poco convincenti.

Benché l’ossatura di LeU sia costituita da un progetto di Paese molto innovativo e progressista, il messaggio non è arrivato alla popolazione, che si è rifugiata nel voto ai 5S e alla Lega, percepiti come partiti anti-sistema.

Il segnale arrivato al popolo di sinistra è stato di un soggetto vecchio non solo anagraficamente, ma anche politicamente: un riciclaggio di ceto politico insomma e nulla più, smarrito nel politicismo delle alleanze.

Questo ha totalmente offuscato l’agenda di LeU, ricca di “real issues” e di soluzioni pratiche per i problemi del paese. Abbiamo interpretato con scarsa credibilità il tema della riduzione delle diseguaglianze.

Molti dei voti dai delusi del PD sono confluiti nei 5S: come scrive Civati dal 2010, profondamente sbagliata l’idea di considerare M5S come un corpo estraneo, invece di approfondirne la conoscenza e comprenderne le dinamiche.

Dobbiamo creare una piattaforma laburista innovativa e partecipativa, con coraggio, rimboccandoci le maniche e evitando di commettere gli stessi errori.

“Sono convinto che anche quando tutto sembra perduto bisogna mettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio.”

(Antonio Gramsci)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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