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Il Papa scomodo

E’ il titolo della puntata che Tg2 Dossier, programma televisivo al quale collaborai a suo tempo fin dai primissimi numeri, trasmetterà domani, sabato 3 marzo alle 23,15. Racconta i primi cinque anni “rivoluzionari” di Papa Francesco attraverso le considerazioni e il giudizio di eminenti personalità. L’autore, Enzo Romeo, me ne ha fatto pervenire la trascrizione attraverso un amico. Ne propongo qui di seguito tre, che sono anche le prime della puntata. Al Presidente della CEI cardinale Gualtiero Bassetti, all’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Gerhard Müller, sostituito lo scorso giugno dal papa con il gesuita Ladaria Ferrer, e al noto poeta e scrittore Erri De Luca (nandocan)

***di Enzo Romeo, 2 marzo 2018 – All’arcivescovo di Perugia, cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, il Tg2 ha chiesto se, anche in Italia, papa Francesco, aldilà della sua popolarità, è davvero ascoltato. Questa la risposta:

«È il destino dei profeti. Il papa non si cura dell’immediato. Ha una fede incrollabile ed è un seminatore del Vangelo. Il seminatore, che piova o che nevichi, getta il suo seme. E il seme nasce non perché è il seminatore che lo fa nascere, ma perché c’è una forza interiore esplosiva di vita che lo fa germogliare, nei tempi che Dio vuole».

Al Convegno di Firenze, nel novembre 2015, il papa ha chiesto alla Chiesa italiana di non difendere posizioni acquisite e navigare in mare aperto. La risposta è stata finora soddisfacente?

«Cambiare orientamento con una conversione che riguardi la mente e il cuore: questo ha chiesto alla Chiesa italiana. Ha definito la Chiesa come una mamma. Se una mamma genera dei figli, questi figli li cura, li protegge, se si allontanano li va a trovare. Ecco la Chiesa che diventa ospedale da campo. Quindi una Chiesa che è continuamente in uscita, che non ha bisogno di difendere se stessa, perché l’ha già difesa Gesù Cristo versando il suo sangue sulla croce».

Questi i principi. Poi c’è l’applicazione, che non è facile. Quando, ad esempio, il papa chiese di ospitare migranti nelle canoniche molti parroci storsero il muso… È difficile applicare le direttive di Francesco?

«È difficile proprio perché implicano un cambiamento di mentalità. La canonica è un diritto “mio” (lo afferma il diritto canonico). Allora, se non cambi la mentalità certe cose che il papa dice non le capisci».

Come vescovi italiani, quando il papa disse “sceglietevi voi il presidente” la decisione fu invece di indicare una terna e far decidere a Francesco. Spaventa la collegialità?

«La collegialità non è semplice. È proprio una novità del Concilio perché eravamo abituati a una forma più clericale. Nella mia parrocchia comando io, nella mia diocesi sono io il pastore. È un io che deve diventare un noi ed è più difficile. Quelli della mia generazione hanno avuto la gioia e la grazia da parte della Provvidenza di essere contemporanei al Concilio, l’abbiamo sentito proclamare dalla viva voce di Giovanni XXIII (a cui si è ispirato totalmente papa Francesco), quando disse: “la Chiesa piuttosto che strumento della disciplina preferisce andare incontro con misericordia a tutti, preferisce la medicina della misericordia”».

 

L’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Gerhard Müller, sostituito lo scorso giugno dal papa con il gesuita Ladaria Ferrer, replica alle accuse che Francesco ha rivolto alla Curia romana, dove ci sarebbero dei “traditori” e degli “approfittatori”:

«Può darsi che il papa ha altre persone», dice al Tg2 Müller, «ma non è la mia esperienza. È una sua propria descrizione. Io non posso accettare tutto. Nella mia congregazione non c’erano quei gruppi che hanno fatto quello e quello».

Alla domanda se si considera un oppositore del papa, il cardinale Müller risponde: «Tra i giornalisti abbiamo troppi manichei che pensano a questo dualismo: la luce e l’ombra. Ma la realtà è più profonda. Sant’Agostino e San Tommaso erano conservatori o progressisti? È assurdo pensare così».

Sulla questione della comunione ai divorziati risposati questo il pensiero del prefetto emerito dell’ex Sant’Uffizio: «Alcuni hanno fatto di questo una domanda quasi ideologica alla Chiesa. Bisogna accettare questo mondo coi tanti divorzi? Dobbiamo vedere questo mondo, ma non accettarlo come tale. Gesù è venuto per rinnovare il mondo e non per confermarlo per come è. Adesso abbiamo una discussione intra-ecclesiale che non è un bene per l’unità. Non possiamo risolvere in un punto i problemi e nell’altro punto causare noi dei problemi. Amoris Laetitia è un grande scritto, ma tutto il mondo parla solo di pochi punti, non dell’insieme, di questo grande messaggio contro la secolarizzazione del matrimonio, della famiglia. Il matrimonio è una cosa sacra».

Allo scrittore Erri De Luca il Tg2 ha chiesto qual è il gesto che aiuta meglio a capire il pontificato di Francesco.

«La prima mossa che ha fatto questo papa appena insediato è stato di andare a fare un pellegrinaggio a Lampedusa. Cioè ha individuato subito qual era il punto più dolente dell’umanità di questo momento, specialmente dalle nostre parti. E si è presentato lì da pellegrino, senza alcun “corredo” di autorità italiane e civili. È andato e da lì ha cominciato e ha poi continuato».

Qual è la parola chiave del pontificato di Bergoglio?

«Misericordia. È una parola preziosa, e anche misteriosa. Non ha a che vedere proprio con la carità, perché la carità necessita di qualcuno che tende la mano e la richiede. Invece la misericordia proviene da un’insurrezione interna della persona, che va incontro anche a chi non ti chiede niente. La misericordia fa uscire dai ranghi, anche dai propri ranghi e dalla propria indifferenza. Chiamarla fuori, nominarla come parola d’ordine di un intero anno di Giubileo è quanto di meglio si poteva dire per rianimare la fraternità. Gesti come quello di aprire la porta santa in Centrafrica papa Francesco ne infila uno dietro l’altro e vanno sempre nella stessa direzione: stare sul piano terra delle persone, venire incontro alle persone da parroco a credente».

Questo papa che rompe gli schemi, che non usa croci d’oro e auto di lusso che messaggio sta dando?

«Un messaggio ortodosso dal punto di vista della lettera del Vangelo. Ha una coerenza nel suo comportamento che tiene insieme quello che dice e quello che fa. E questo si fa apprezzare, anche da uno che non è credente come me».

Ma non c’è il rischio che questi suoi atteggiamenti desacralizzino la figura del pontefice?

«La figura del pontefice non è desacralizzabile. Si desacralizza quando il pontefice si dimette, come è successo al predecessore di Francesco. Quello che questo papa ha tolto è il fasto alla cattedra. È sceso da quella cattedra e rinunciato al suo fasto, il che è un’interpretazione molto ortodossa del messaggio cristiano».

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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